Primarie con addio L’Italia dei Valori non «vota Antonio»

Eletti e iscritti contro il partito di Mani pulite: «La legalità era solo uno specchietto per le allodole»

Paola Setti

C’erano una volta i valori dell’Italia dei valori. Legalità, etica politica, moralizzazione della vita pubblica. Erano solo «specchietti per le allodole», denunciano eletti, iscritti e simpatizzanti già fuggiti o in fuga. E il leader, Antonio Di Pietro, «è solo una maschera, un marchio commerciale, un’immagine propagandistica per far presa sulla gente». Tutto finto e la sola verità, ripetono in un tam tam che sta attraversando l’Italia, è che Idv il partito di Mani pulite «assegna incarichi di rappresentanza e responsabilità a personaggi con la credenziale di una fedina penale non immacolata oltreché di un passato politico variegato e discutibile», per dirla con Luisella Casati, ed è gestito da un presidente, Di Pietro, che, dice Beniamino Donnici, somiglia più a un «poliziotto», per come ha accentrato ruoli e decisioni senza mai degnare di risposta, «anche telegrafica, le centinaia di richieste di una sua presenza tangibile da parte degli eletti». Loro, i disillusi e i traditi, ci hanno messo nome e cognome e hanno messo tutto nero su bianco. Lettere e comunicati che hanno preso a diffondere in ordine sparso il 24 settembre scorso, quando si sono riuniti a San Sepolcro, là dove il partito nacque sette anni prima, per accertarne lo stato di pessima salute, e che non smetteranno di far circolare fino al prossimo 5 novembre, quando diranno addio, decretando, per quanto li riguarda, la morte per fallimento di un’esperienza politica.
Quando è venuto a Genova, due giorni fa, Di Pietro il grande accusato ha fatto spallucce: «Ma lei sa chi sono queste persone? Gente che non è mai stata o non è più iscritta a Idv e che adesso vorrebbe riavere un ruolo. O che non è riuscita a ottenere gli incarichi che voleva. Prendano la tessera e troveranno una mamma accogliente e disponibile». Non è proprio così. Non solo perché gli accusatori di Di Pietro, Di Pietro lo hanno cercato prima di accusarlo, chiedendogli «dialogo e confronto» e ricevendo in cambio «assenza, silenzio e chiusura». Ma anche perché trattasi di persone che il loro ruolo nel partito se l’erano ritagliato. Luisella Casati era consigliere comunale a Caravonica, Imperia, eletta nella lista di Italia dei Valori nel maggio 2001. Anna Panarello era segretario regionale ligure, eletta con regolare congresso, poi «spazzata via, il 31 agosto 2002, dal leader Maximo e da Giorgio Calò, autoincensatosi commissario del partito in Liguria, catapultato a Genova da Milano», che oggi ha assunto la carica di coordinatore del programma di Idv nella Fabbrica di Romano Prodi, lasciando il posto a Domenico Garofalo, già responsabile provinciale di Imperia. C’è poi Beniamino Donnici, lui il fautore di San Sepolcro atto secondo, assessore al Turismo e leader siciliano di Idv, che ha preso le distanze dall’attuale vertice nazionale restituendo gli incarichi di responsabile Mezzogiorno e Enti locali.
Ma fra le defezioni si registrano anche quelle di altri detentori di ruoli ufficiali. In Liguria, per dire, il capolista alle elezioni regionali di Idv, Massimo Angeletti, fa sapere che alle primarie non voterà Di Pietro ma Prodi. Nel resto d’Italia e su su fino a Bruxelles non si contano le porte in faccia degli ultimi anni. L’ultimo in ordine di tempo è Giulietto Chiesa, e cioè, per raccontarla con Di Pietro, quell’ingrato irriguardoso che s’è preso il seggio di europarlamentare che Sant’Antonio gli ha regalato e poi è scappato nel gruppo Misto vaneggiando di rimborsi elettorali che Antonio avrebbe tenuto per sé invece di dividerli fra gli eletti.
«Idv ha 17mila militanti e 53mila iscritti, che volete che mi importi se a San Sepolcro si sono lamentati in 300?» ci ha detto l’altro giorno Di Pietro. Il fatto è che i dissidenti promettono di mettere in crisi l’intero partito, svelando, pochi ma buoni i giochi dei cattivi. Nel frattempo parlano di «ideali sbandierati in modo ingannevole e mendace», di «mancanza di democrazia interna», di un presidente-dittatore che, basta leggere l’articolo 16 dello Statuto, s’è tenuto tutto in mano, «fino a sua rinuncia»: la presidenza dell’Associazione «Italia dei valori - Lista Di Pietro», la titolarità del simbolo e dei siti Internet, la modifica dello Statuto, l’approvazione del rendiconto preventivo e consuntivo, la ripartizione dei contributi e dei finanziamenti pubblici e privati, la definizione delle candidature alle elezioni europee e nazionali e via così accentrando. Il risultato, puntano il dito i disillusi, sta già nel «regime Calò»: «Assemblee-farsa convocate ad arte con finalità oscure ai più, ma con loschi fini chiari ai vertici e ai loro parenti e affini convocati come claque», «nuovi vertici nominati d’ufficio e trasformatisi in “colonnelli” ma senza truppe», perdita di consenso elettorale. Domani ci sono le primarie e chissà chi dirà «Vota Antonio Vota Antonio».