Primarie, don Gallo striglia la sinistra ma si tira indietro

Il sacerdote: «Ero tentato e continuerò a lottare, ma obbedisco al mio Vescovo»

(...) coscienza individuale ad essere interpellata per un dovere civico personale, in questa circostanza di pubblica competizione, a mio avviso, sarei entrato in tutte le comunità parrocchiali e religiose. Non desidero provocare “turbamenti”».
La verità, lamentano adesso i no global, è che «la partita era stata giocata male fin dall’inizio, ma Luca e Francesco sono fatti così». Luca e Francesco sono Casarini e Caruso i leader dei «Disobbedienti». Erano stati loro a chiedere al don di incontrarli, a Napoli con don Vitaliano della Sala, e a offrirgli di rappresentarli in contrapposizione ai leader dell’Unione. Don Gallo non nasconde una certa irritazione: «Nulla era stato deciso, avremmo dovuto riparlarne qui a San Bartolomeo, ma qualche giorno dopo il nostro incontro un giornale nazionale sparava titoloni sulla mia candidatura». Che poi, ecco, i ragazzi, Luca e Francesco, bisogna conoscerli: «Capite che Casarini è uno che ti chiama e ti chiede di richiamarlo perché sta finendo la scheda, figurarsi se a me è arrivato un invito ufficiale a candidarmi».
Amici come prima, comunque, don Gallo tiene a precisare che «mi metto a disposizione dei movimenti» e non rinuncia a dire la sua, il passamontagna uno ce l’ha nell’anima. Così, dà la sveglia al centrosinistra: «La vicenda ha messo in luce l’esistenza di un problema irrisolto tra una certa area del Movimento e i partiti, non escluso il Prc. Il confronto, dopo il G8 di Genova, è ancora molto complesso. I giovani attendono, sperano, lottano, soffrono troppo delle ingiustizie. Rimangono smarriti. Non accettano più l’assenza di futuro: temono ancora una volta l’inciucio». E sottoscrive i temi del tavolo programmatico no global: l’amnistia per i reati commessi durante «le lotte sociali di questi anni, Genova compresa». «Parole chiare ed inequivoche contro i Cpt. Il ritiro dei nostri soldati dall’Irak, che «è inderogabile». E il «pianeta droga»: passare dal penale al sociale, constatando «onestamente il fallimento completo di qualunque proibizionismo». Infine, l’autodifesa: «Ho commesso qualche “peccato” nell’approfondire queste istanze? Un prete con la mia storia, in età avanzata, deve essere osteggiato per il peccato di occuparsi di giustizia, libertà, pace, uguaglianza, fraternità?».
E a proposito di lotte sociali, qui lotta continua. A San Bartolomeo, Casarini sarebbe dovuto venire ad annunciare la campagna invernale contro i Cpt. Ha «tirato il pacco», ma loro non si son dati per vinti. E hanno lanciato la loro, di battaglia per i prossimi mesi: «La Regione deve dare diritto di voto agli immigrati». Scandiscono che non s’è fatto abbastanza. Le istituzioni di sinistra, nel dettaglio, non l’hanno mica ancora dimostrato di esser davvero di sinistra. Anzi, se mai hanno «ceduto alla politica dell’annuncio, incassando rilievo mediatico quando in realtà avrebbero dovuto fare di più», parola di avvocato, Roberto Faure dell’associazione Città aperta.
Nel mirino finisce il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, che ci avrà anche provato, a far passare la riforma dello Statuto del Comune, ma poi si è arenato e non ha varato i decreti attuativi. «Non siamo soddisfatti dei passi che sono stati compiuti fino a qui, perché se domani si andasse a votare gli immigrati non voterebbero» attacca Faure. Tanto meno, avverte, sono sufficienti gli organi consultivi che qualche ente locale ha istituito nominando immigrati a gestirli: «Le consulte regionali, per esempio, non sono elettive e hanno potere solo consultivo e solo su questioni che riguardano l’immigrazione. Questa è ghettizzazione».
Dunque, che ci pensi Claudio Burlando, ha o non ha conquistato la Regione? Spiega l’avvocato che non è impossibile, basta far valere la Costituzione. In verità, la Carta non aiuta, anzi: l’articolo 48 dice che in Italia votano solo i cittadini italiani, il 117 chiarisce che la legislazione elettorale è materia esclusiva dello Stato, non delle istituzioni locali. L’avvocato nemmeno li cita, i due scomodi articoli. Alla platea sonnecchiosa di politicamente impegnati in attesa del successivo concerto di Madaski degli Africa Unite, spiega che secondo il nuovo articolo 114 «Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni». Secondo i principi fissati dalla Costituzione, ma vabbè.
Lo stesso riferimento normativo lo aveva fatto Pericu, il quale però si era detto consapevole di aver lanciato una «sfida», quella di considerare lo Statuto delle città equivalente a una legge, in forza appunto dell’articolo 114. Infatti, il governo e il Consiglio di stato hanno bocciato la delibera. Macché. Assicura Faure che «il governo non poteva annullarla» e che infatti «la delibera non è annullata». Poiché poi «sui giornali si legge il contrario», invita sindacalisti e amministratori a informarsi. Sulla Costituzione? No: «Vadano su Internet, troveranno ampia documentazione». Ecco.
Alla richiesta a Burlando, i centri sociali allegano un paio di altre questioni che il presidente dovrebbe annotare in agenda. Agli immigrati deve essere garantito il diritto alla casa: «Le politiche abitative sono state dismesse, è ora di riprenderle», e quello al pubblico impiego. Poi ci sono le primarie: gli immigrati devono poter partecipare alla sfida fra i leader dell’Unione, «perché questo costringerebbe tutti a vedere un nero o un giallo mettere una scheda nell’urna e quindi a porsi seriamente il problema, cosa che il centrosinsitra non ha ancora fatto». Infine c’è la questione dei Centri di temporanea accoglienza per immigrati. Lì, secondo i no global dovrebbe scattare la «disobbedienza amministrativa»: non fornisca l’allacciamento elettrico a un eventuale Cpt in Liguria. Claudio il Disobbediente.