«Primarie taroccate: Udeur pronta a lasciare»

Mastella: «Ds e Margherita fanno di tutto per penalizzarci. Mettono l’eutanasia nel programma: e un cattolico dovrebbe votarli?»

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Telese (Benevento)

Il Clemente furioso non si tiene, è un fiume in piena incontenibile. Di buon mattino fa diffondere un comunicato ufficiale informando che domani sarà addirittura il parlamentino interno dei Popolari-Udeur, a decidere se il leader di Ceppaloni deve partecipare a queste primarie olivetane «prive di garanzia». Poi, mentre la quarta giornata della festa del Campanile va dipanandosi, Mastella tuona e minaccia: «No che non ci vado alle primarie, se le facciano da soli. Anzi, si facciano da soli tutto quel che vogliono, mettano nel programma anche l’eutanasia, si prendano Pannella e Sgarbi: perderanno senza misericordia. Mi spiegate perché un cattolico dovrebbe votarli? Io non li voterei».
Accanto a lui, il capo dei senatori Mauro Fabris annuisce, «questi vogliono correre con cavalli drogati». E «questi» non son quelli di Romano Prodi, sono i Ds e la Margherita, che nella trattativa per regolamentare le primarie nel centrosinistra stan facendo di tutto per penalizzare l’Udeur. «Basta con queste continue prepotenze, o interviene Prodi o la situazione precipiterà. Sappiano comunque che non ci faremo cancellare», tuona Nuccio Cusumano capogruppo alla Camera. E Mastella incalza: «Il vertice dei segretari aveva deciso che ogni decisione doveva essere presa all’unanimità. Come si permettono ora, di decidere a maggioranza? In tal modo hanno cambiato la base elettorale per le primarie, che non sono più i voti presi dal centrosinistra ma l’intero corpo elettorale. Così apriranno cento seggi a Rimini consentendone dieci a Benevento. E io dovrei starci?».
È successo che la sera prima a Roma, sei ore di riunione «tecnica» ai Santi Apostoli, Vannino Chiti per la Quercia e Nicodemo Oliverio, petalo mariniano della Margherita, han messo in mezzo il mastelliano Fabris dopo aver piegato l’ambasciatore dipietrista. Quei «seggi» di cui parla Mastella son poi i «gazebo» di leghista memoria, ugualmente indispensabili però per queste vessate primarie. La morale? «È che in Toscana, dove loro dominano, se ne apriranno 600. In Campania invece, soltanto 180», sorride mesto Fabris. E quando questo ha provato ad opporsi, Chiti ha minacciato: «Oh, se rompete le scatole sulle primarie, ve la facciamo pagare quando sarà il momento di spartirsi i collegi veri, quelli delle elezioni politiche». Con l’uomo di Marini che annuiva, ghignando. Così Fabris è tornato a Telese, dopo aver opposto il suo categorico «non ci sto»; ed ora Mastella rincara, mitragliando fulmini.
«In Lombardia, Rifondazione può garantire una decina di collegi, in Emilia Romagna uno o due. Noi in Campania, ne garantiamo almeno quaranta. Che vogliono, primarie taroccate? S’accomodino, facciano una gara drogata tra referendari e zapatisti, ma non s’aspettino la mia copertura», tuona Mastella che non ha dubbio alcuno sul perché del boicottaggio: «Quelli della Margherita, poiché non hanno un candidato, temono che io li scalzi al centro. E i Ds, volendo dimostrarsi padroni del centrocampo, vogliono che solo il loro candidato, Prodi appunto, emerga su tutti. Che Bertinotti faccia la sua figura gli va anche bene, perché copre uno spazio di sinistra che loro hanno perduto, ma chi non deve assolutamente affermarsi è un centrista autonomo come Mastella».
Mastella, ma se lei si ritira dalle primarie, significa passare alle mani sciolte, all’anticamera della rottura. O no? «Non voglio dire una parola in più del necessario, ma la nostra uscita dall’alleanza sarebbe un danno per tutti. Certamente non sto scherzando, sappiano che facciamo sul serio». Sul serio, fino a rompere col centrosinistra? Domani vien qui Pier Ferdinando Casini, altro postdemocristiano di spicco che sembra anch’egli voler rompere con la sua coalizione, il centrodestra. «Perché, credi che Casini possa rompere con Berlusconi?», butta lì Fabris. Difficile rispondere, ma a questo punto non si può escludere nulla. «Bene, se rompe Casini rompiamo pure noi», risponde Fabris.