Primarie Usa, la corazzata McCain affonda

Anche i topolini, adesso, lasciano la corazzata che sta per affondare. Due “tecnici” ignoti ai più, Russ Schriefer e Stuart Stevens, sono stati gli ultimi a saltare, non si sa se in una scialuppa di salvataggio o in mare aperto. Hanno comunicato all’ammiraglio, via e-mail, che se ne vanno perché lui non li paga. L’ammiraglio si chiama John McCain, la corazzata è quella, fino a qualche mese fa ritenuta potentissima, della sua candidatura alla Casa Bianca e che invece si sta irresistibilmente arenando nei fondali di un disastro organizzativo che è in gran parte la conseguenza di una errata impostazione politica. McCain, certo, ha sbagliato i conti, ha condotto una campagna elettorale per le “primarie” nella convinzione che avrebbe raccolto almeno 100 milioni di dollari e quindi spendendo e spandendo. Ne è arrivato un decimo dello sperato e i collaboratori hanno cominciato ad abbandonarlo. Se li era scelti anche strani, a cominciare dal suo braccio destro, un certo Weaver, che guidava la scalata alla Casa Bianca del candidato repubblicano ma intanto si era iscritto al Partito democratico e infine si è fidanzato: con una repubblicana, sì, ma capo dello staff del candidato concorrente Rudolph Giuliani.
Ma sono tutte noterelle di pettegolezzo che non oscurano la vera vicenda, la tragedia politica di John McCain. Un eroe di guerra che era contrario alla guerra in Irak ma che da quando si combatte vuole che l’America vinca ad ogni costo ed è pronto per questo a fare scudo all’uomo politico che più detesta, contro cui si è candidato ma che adesso è presidente degli Stati Uniti e, ciò che più conta per John McCain, comandante in capo delle forze armate. I sentimenti di McCain per George Bush si definirono durante le primarie del 2000, quando l’immagine dell’eroe di guerra fu fatta a brani dagli spericolati conduttori della propaganda bushiana, suscitando un risentimento che portò McCain perfino a flirtare con l’idea di concorrere alla Casa Bianca come “vice” del candidato democratico John Kerry. Prevalse la disciplina: non di partito ma la disciplina tout court. L’America era in guerra e si può amare o meno il comandante in capo ma un soldato non può avere dubbi, almeno secondo McCain (altri eroi di guerra la pensano diversamente, come il senatore Webb - che è passato ai democratici - e il senatore Hagel, che è rimasto repubblicano ma chiede l’abbandono dell’Irak).
McCain no. Altro che ritirare le truppe: lui vuole mandarci dei rinforzi a Bagdad e trova troppo pochi quelli cui Bush ha ordinato di partire. Anche se fra quelli che preparano lo zaino ci sarà probabilmente suo figlio, tenente nella Marina. Il candidato è a sua volta figlio, anzi nipote di militari di carriera, proviene da una stirpe di guerrieri, «dentro i quali - è stato scritto - c’è un gene che gli vieta di concepire un’esistenza diversa». Suo nonno partecipò alla Seconda guerra mondiale, suo padre comandava la flotta del Pacifico durante la guerra del Vietnam e ordinò ai bombardieri di colpire Hanoi pur sapendo che John, il futuro senatore dell’Arizona, vi si trovava, prigioniero di guerra in un carcere nelle cui segrete era stato torturato. Rifiutò sdegnosamente uno scambio di prigionieri e così il figlio rimase in cella cinque anni fino alla fine della guerra e alla sconfitta dell’America. Un McCain un’altra sconfitta non è disposto a tollerarla e per questo non solo sostiene Bush ma si fa anche propagandista. Conduce la sua campagna presidenziale metà nel New Hampshire, sede della “primaria” iniziale, e metà in Irak. Una volta ha raccontato, per tenere su il morale dei compatrioti, che a Bagdad tutto è tranquillo, tanto è vero che era andato a passeggiare tranquillamente nel suk. Si seppe che lo aveva girato con un giubbotto antiproiettile e una dozzina di guardie armate attorno. Molti risero, altri si infastidirono. Fu in quel momento, dicono molti, che la corazzata McCain si arenò.