Primarie Usa: stallo a destra Democratici, odio e minacce

Ancora una tappa intermedia per gli aspiranti alla Casa Bianca prima del 5 febbraio, il &quot;super martedì&quot;, quando gli elettori seglieranno il &quot;front runner&quot; in 20 Stati. Con un’unica incognita: Bloomberg. Si inasprisce il rapporto tra <strong><a href="/a.pic1?ID=235637">Hillary e Obama</a></strong>

Washington - Se ci si attenta a cambiare il riferimento sportivo corrente per la campagna elettorale Usa, se si sostituisce a Giro d’America o a Maradona un Gp automobilistico, l’evento che gli altoparlanti annuncerebbero è questo: «I repubblicani si fermano al box». (Democratici: odio e minacce tra Hillary e Obama). 

Non perché abbiano il motore rotto ma perché, diciamo, per fare rifornimento: benzina, gomme e magari, come si usava un tempo, per una lucidata agli occhiali del pilota. Perché è di una visione più chiara che questo team ha bisogno e il calendario viene dall’opportunità. Da qui al 29 gennaio non ci sono in calendario test importanti per i Gop, mentre il team concorrente, quello democratico, deve affrontare martedì prossimo una primaria molto importante in South Carolina.

Ma, mentre la corsa dei democratici si è ridotta a due nomi, Clinton e Obama, per i repubblicani tutto è molto più complicato. Hanno tenuto sei fra primarie e caucus (due in più degli avversari), hanno espresso tre vincitori differenti: Huckabee, in Iowa, Romney, in Michigan, Wyoming e Nevada, McCain, in New Hampshire e South Carolina. Nessuno dei tre, dunque, è pronto a gettare la spugna, né lo sono Thompson (anche se il ritiro sembra vicino, visto le sue chance ormai minime) né Ron Paul, che è un candidato ideologico e non di potere, di protesta e non di ambizione di governo, né tantomeno Rudy Giuliani, che finora ha raccolto risultati mediocri o pessimi ma che ufficialmente non è ancora sceso in campo. Aspetta, appunto, la Florida. E non solo lui: perché se i piani dell’ex sindaco di New York verranno confortati dal voto in uno Stato che pullula di pensionati newyorkesi egli potrà rientrare con una certa credibilità nel «gran finale» del Supermartedì 5 febbraio, quando saranno chiamati alle urne quasi due terzi degli americani.

In questo caso il campo si allargherebbe ulteriormente invece di restringersi come è accaduto rapidamente dopo appena quattro test per i democratici. Il problema è che a contendersi la candidatura repubblicana alla Casa Bianca non ci sono soltanto delle ambizioni personali: ciascuno o quasi dei candidati citati rappresenta una fetta importante dell’elettorato, interessi e passioni diverse, visioni che, se non sono contrapposte, tendono però ciascuna a restringere il campo d’azione degli altri. Grosso modo si può dire che Mike Huckabee rappresenta la Destra religiosa con le sue profonde radici nella «fascia della Bibbia», nel sud e in parte del Midwest e non ne fa mistero: Huckabee si presenta come «candidato cristiano», con la «agenda culturale» predominante su tutto; il resto conta meno, perfino il programma economico. John McCain è il candidato «patriottico», la «sicurezza dell’America» innanzitutto, priorità ai programmi militari, è un falco in politica estera, in Irak avanti colla guerra fino alla vittoria. In altri campi è però considerato un «liberale», tiepido verso le legislazioni di costume, l’aborto, i gay ecc. Inoltre ha più volte infranto la disciplina di partito o quasi, giungendo nel 2004 a discutere - per poi respingere - una candidatura alla vicepresidenza propostagli da John Kerry nel partito democratico.
Mitt Romney è in realtà il candidato più «ortodosso».

A parte l’originalità di essere mormone (che in un paio di Stati perfino gli giova ma negli altri suscita interrogativi) ha modificato con grande tempismo le sue posizioni «morali e sociali», ogni tanto critica Bush ma chiaramente non propone una «discontinuità». Ron Paul officia i riti della «religione» libertaria, in totale contrasto colla politica della Casa Bianca. Tutti e quattro si richiamano, spesso e perfino enfaticamente a Ronald Reagan. Thompson, addirittura, forse perché è stato anch’egli un attore, cerca di impersonare Reagan, nei modi e nelle idee. Naturalmente senza riuscirvi. Nonostante le invocazioni, «Reagan continua a essere morto», come ha scritto Frank Rich sul New York Times di ieri.