Primario ferito alle gambe: è una vendetta

Chi ha fatto fuoco non voleva uccidere. Il giallo del complice

da Milano
Sta bene ma non può ancora rispondere alle domande del magistrato, Edoardo Austoni, il noto urologo ferito l’altra sera a Milano da alcuni colpi di pistola sparati da uno sconosciuto. Come sconosciuto rimane il movente dell’agguato. In ogni caso non sarebbe stato un killer professionista a far fuoco, bensì qualcuno animato da un forte odio. Ha premuto il grilletto 10 volte di fila. Ma non per uccidere: i colpi erano chiaramente diretti verso le gambe o il basso ventre.
Austoni, 60 anni, è un uomo famoso e agiato. Figlio di Mario, uno dei maggiori clinici italiani del dopoguerra, segue le orme del padre laureandosi in medicina per poi specializzarsi in urologia. Diventando presto un punto di riferimento in materia: cattedratico, primario al San Giuseppe, presidente della società italiana di urologia, autore di 452 pubblicazioni.
Da anni collabora con la casa di cura privata Policlinico, a indirizzo chirurgico, creata nel 1907 da un gruppo di transfughi dell’ospedale di via Francesco Sforza. La clinica nel ’98 fu rilevata dalla famiglia Schwarz, già titolare di Villa Igea, che nel 2005 chiude la sala operatoria per far diventare la struttura un centro diagnostico e riabilitativo. Il professor Austoni nel frattempo ha concentrato le sue attenzione sulle disfunzioni dell’apparato urogenitale e relative ricostruzioni. È uno dei «maghi» del settore, capace di accrescere organi sessuali piccoli, ridonare l’erezione, restituire il piacere sessuale alle donne anziane. Insomma risolve tutti i problemi della sfera sessuale.
Lunedì il primario, esce come al solito dal civico 48 verso le 20 e si sta immettendo in retromarcia su via Dezza a bordo della sua Porsche Carrera nera quando viene avvicinato dallo sconosciuto che esplode una decina di colpi a non più di un metro di distanza. Mirando con cura verso il basso, tanto che non colpisce la vittima in punti vitali ma solo, con cinque colpi, alle gambe. Alcuni testimoni dichiareranno poi di aver visto uno scooterone sfrecciare via lungo il marciapiede proprio dal punto esatto dell’agguato, mentre lo sparatore sarebbe invece scappato a piedi.
La vittima portata al Policlinico e operata. Rimane sempre vigile quindi può parlare con gli investigatori a cui per il momento non riesce a fornire spunti utili: nessun nemico, nessuna minaccia, nessuna ipotesi sull’identità del feritore, o del suo mandante, e sul movente dell’agguato.
La polizia esamina i bossoli: una decina di calibro 40: non da professionisti, soliti usare anonimi 7.65. La «40» inoltre fa un baccano d’inferno, è molto lenta quindi devastante nell’impatto, ma non ha un grande effetto penetrante. Diverse ogive vengono trovate infatti nella portiere dall’auto. Insomma sembra il feritore abbia preso la prima arma a disposizione. Dunque qualcuno che agisce sotto effetto di odio e rabbia. Magari un paziente scontento dell’intervento subito. Magari rimasto impotente per sempre. Che voleva «punire» il medico sparando appunto basso per cercare di ferirlo in un punto ben preciso. Una vendetta all’insegna «dell’occhio per occhio». Il complice che fugge potrebbe essere stato all’oscuro delle reali intenzioni del compare e quando lo vede sparare lo pianta in asso. O forse non esiste: è solo un passante che assiste alla scena, si spaventa e scappa.
A questo punto, solo un secondo interrogatorio della vittima potrebbe fornire indicazioni utili. Avrebbe dovuto essere sentito ieri dal pm Tiziana Siciliano che però, viste le non buone condizioni, ha deciso di rinviarlo a oggi. Ieri comunque il primario ha ricevuto la visita degli amici più stretti, della figlia, della sorella e della terza moglie, che ha ribadito come il marito non abbia sospetti: «Non ha mai ricevuto minacce e, se ne avesse avute, ne avrebbe sicuramente parlato in famiglia. Mi ha detto di non aver visto niente. Non riusciamo a spiegarci quello che è successo».