Primario gambizzato, adesso lo arrestano

da Milano

«Il professore mi disse che se volevo far operare mio figlio in regime di sistema sanitario nazionale, personalmente da lui e in tempi ristretti, avrei dovuto versagli 2mila euro in nero. E io, per il bene di mio figlio, ho deciso di pagare». È il 27 gennaio scorso. Davanti ai magistrati, la testimonianza di un ricatto. Una delle tante. Pazienti invitati a pagare per scalare le liste d’attesa e affidarsi a un luminare: Edoardo Austoni, direttore dell’unità operativa di urologia alla clinica San Giuseppe di Milano, barone della medicina, finito ieri agli arresti domiciliari con l’accusa di concussione. Secondo i pm milanesi Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, avrebbe chiesto denaro ai propri pazienti in cambio di una «scorciatoia sanitaria». Insieme ad Austoni, sono indagati un suo collaboratore, e la segretaria personale.
Sedici «casi» registrati tra il gennaio 2005 e l’ottobre 2006, e raccolti nelle diciotto pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip Giulia Turri, su «versamenti» compresi tra 400 e 4mila euro, a seconda delle disponibilità dei pazienti. Gli uffici e le abitazioni degli indagati sono stati perquisiti ieri dagli agenti della squadra mobile di Milano, che hanno sequestrato quasi 3mila cartelle cliniche. Materiale che gli investigatori definiscono «interessante». Secondo gli inquirenti, inoltre, Austoni avrebbe indirizzato i pazienti in alcune farmacie di sua «fiducia», per lucrare sui prezzi maggiorati di alcuni prodotti da lui indicati, e trattenuto una percentuale sugli interventi effettuati dai suoi assistenti. In serata, la direzione della clinica san Giuseppe fa sapere che «Austoni si è autosospeso dalla carica di direttore di Urologia», aggiungendo che «gli episodi oggetto di indagine non coinvolgono in assoluto la correttezza dell’operato dell’ospedale, nè risulta coinvolto il rapporto fra l’ospedale e il servizio sanitario nazionale».
Un’indagine, quella della Procura di Milano, iniziate lo scorso 20 novembre. Quando Austoni, uscito dalla casa di cura privata del Policlinico in via Dezza, venne ferito con tre colpi di pistola al femore, alla tibia e alla mano. I magistrati iniziarono a sentire collaboratori e pazienti del professore, per individuare i responsabili dell’aggressione. Ad emergere, invece, è stato l’«altro volto» del primario. Quello di un uomo che - scrive il gip - «ha abusato del suo potere, approfittando dello stato di soggezione psicologica e fisica in cui versavano» i suoi assistiti, «tutti affetti da patologie dell’apparato genitale e perciò connotate da peculiari ripercussioni sulla psiche e lo stato d’animo». Austoni, «consapevole della sua posizione di supremazia, persuadeva i testimoni a sottostare alla richiesta di pagamento di denaro, in situazioni che non offrivano alternative», insinuando «il concreto timore di non essere operati in tempi brevi, o di non poter usufruire del miglio trattamento possibile».
E il meccanismo era sempre lo stesso, e lo riferiscono i testimoni. «Austoni prospettava tre opzioni: la prima era quella essere ricoverati nel reparto solventi (con costi da clinica privata, ndr); la seconda, di essere ricoverati tramite il sistema sanitario nazionale, ma non da lui e senza sapere quando; la terza, ricoverato entro breve periodo e da lui personalmente». La terza ipotesi, in cambio di denaro. Così, racconta uno dei pazienti, «Austoni mi confermò che avevo un tumore gravissimo \, e che andava operato immediatamente». O, ancora, «il professore mi disse che se avessi voluto farmi operare in tempio brevi avrei dovuto pagare 4mila euro in contanti e in nero. Venni ricoverata alla San Giuseppe, e dormii in clinica con quei soldi nel letto per paura che me li rubassero». Buste che variavano da paziente a paziente, e se un pensionato valeva «solo» 500 euro, per i più facoltosi le tariffe erano al rialzo. Uno di questi ricorda: «Durante la mia visita, Austoni venne avvisato di una persona che necessitava di un esame specialistico da effettuare tutti i giorni e che quindi doveva essere ricoverato. Il professore, con tono alterato, si è rivolto all’assistente dicendo: “Guarda che quello è uno che va alle Seychelles... spennatelo ben bene”».