Prime crepe dentro Confindustria «Montezemolo non ci rappresenta»

Dal settore tessile a quello chimico, molti associati prendono le distanze dal presidente degli industriali dopo il suo intervento contro l’esecutivo

Gian Maria De Francesco

da Roma

Il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, presenterà al convegno di questo fine settimana a Vicenza il manifesto programmatico dell’associazione. Cinque punti per rilanciare un’Italia che «non va» e, soprattutto la competitività delle imprese per la quale, secondo Montezemolo, il governo Berlusconi ha «fatto poco o nulla». Le cinque priorità sono: taglio del cuneo fiscale, abbassamento dei costi dell’energia, sgravi per la ricerca, innovazione e formazione.
Ma la Confindustria di Montezemolo è veramente un blocco monolitico in simbiosi con il suo presidente? E le priorità enumerate sono universalmente condivise? E, soprattutto, è unanime la bocciatura dei cinque anni di governo Berlusconi? Il Giornale ha provato a scandagliare il multiforme universo imprenditoriale dal quale emerge una linea tutt’altro che univoca pronta a mettere in discussione le scelte (politiche e no) del suo leader.
A partire da Giorgio Squinzi, presidente di Mapei e di Federchimica, la confederazione delle imprese chimiche che in Italia hanno un giro d’affari di oltre 48 miliardi di euro. Proprio Squinzi in un colloquio con Il Foglio ha messo in discussione la leadership montezemoliana. «I miei suggerimenti - spiega Squinzi al Giornale - li ho passati a chi di dovere. In questo momento non mi voglio attirare antipatie. Dobbiamo ricordare alla politica che non c’è competitività se non si sostiene il settore manifatturiero. Io non so se la riduzione di un punto del cuneo fiscale in Finanziaria sia stata una decisione concordata tra il governo e Confindustria, ma bisogna intervenire sull’Irap con un taglio consistente perché la mia impresa ha un carico fiscale che supera il 50 per cento». Insomma, gli imprenditori chimici guardano più alla «tassa sul lavoro» che agli altri balzelli.
E anche sul tema «Berlusconi sì o no», Squinzi non è aprioristicamente critico. «Riconosco a questo governo - afferma - di aver avviato le grandi opere che sono state un grande passo avanti in questo senso. È vergognoso che i governi precedenti non abbiano fatto nulla, perché si tratta di una delle cause del nostro ritardo. Non si possono prendere posizioni precostituite. Ma quando i concorrenti corrono, noi dobbiamo correre più di loro».
Una posizione non dissimile da quella di Michele Norsa, amministratore delegato di Valentino e vicepresidente di Smi-Ati, la federazione del tessile. Le oltre 67mila imprese italiane del settore sono seconde solo alla Cina nelle esportazioni mondiali dei prodotti di abbigliamento, fatturano 42 miliardi e occupano 540mila addetti. «Noi - sottolinea Norsa - ci adoperiamo per un recupero di competitività del tessile e dell’abbigliamento, ma anche su altri fronti si potrebbe fare di più. Il discorso, innazitutto, è quello di sostenere a Bruxelles le nostre prerogative. Questo è il tema sul quale ci aspettiamo un sostegno non solo da Confindustria, ma da tutto il settore politico». Il tessile chiede, quindi, più sostegno in ambito comunitario e anche sul tema del cuneo fiscale non si allinea. «L’Irap - aggiunge Norsa - è un capitolo sensibile per il nostro settore perché incide direttamente sul lavoro e ci svantaggia rispetto ai nostri competitori internazionali». La legge Biagi? «Stiamo utilizzando la flessibilità in maniera estesa», conclude.
Critica nei confronti dell’attuale vertice confindustriale è Adriano Teso, presidente dell’industria di vernici Ivm (multinazionale da 240 milioni di fatturato), sottosegretario nel primo governo Berlusconi e per trent’anni attivo all’interno di Viale dell’Astronomia. «Ho sentito parlare Montezemolo di temi non particolarmente prioritari per l’industria ed oggi ho difficoltà a capire chi rappresenti. Ci sono tanti colleghi che si dissociano. Mi risulta che più di un membro dell’attuale direttivo non vorrà essere rinnovato nel prossimo biennio e uscirà dal vertice». La competitività? «I concorrenti crescono di più perché hanno una quantità di lavoro maggiore a parità di tecnologie e con Stati meno invadenti. Si tratta di un problema di gestione delle relazioni industriali». La proposta di Bombassei del sabato lavorativo «è giusta ma timida». I costi associativi? «Stanno diventando insopportabili. E adesso non mi sento rappresentato da una Confindustria con dentro le aziende di Stato come le Fs e Eni».
Forse una Confindustria 2, più volte ipotizzata negli anni scorsi, non nascerà. Ma c’è tanta nostalgia di un’associazione scollata dalla politica e pronta a tutelare gli interessi di parte.
(1. continua)