Prime crepe nel muro di omertà

Dopo la campagna del Giornale anche altri quotidiani hanno iniziato a chiedere spiegazioni sull'immobile di Montecarlo occupato dal "cognato" di Fini. Che continua a non risponderci

Il muro di omertà eretto da giornali e politici a pro­tezione di Gianfranco Fini sull’imbarazzante vi­cenda della casa di Montecarlo comincia a sgreto­larsi.

Certo, non ci si può aspettare un comportamento anche vagamente corretto da Repubblica, la quale ha ormai fatto dell’uomo che presiede la Camera la ban­diera attorno cui riunire la grande accozzaglia anti­berlusconiana. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro, del resto, ritiene di esser l’unico depositario del Ver­bo: è pronto a sputtanare l’Italia all’estero con le sue ossessive campagne dalle incerte fondamenta, ma bolla come «bastonatura mediatica» quanto fanno al­­tre testate, anche se muovono da presupposti ben più solidi dei suoi. Sulle abitazioni, poi, il giornale di Lar­go Fochetti soffre da tempo di strabismo acuto: tanto sono infette quelle acquistate o abitate da Scajola o da Bertolaso, tanto sono immacolate quelle compra­te o vendute da Fini e dallo stesso Mauro, senza star lì a sottilizzare troppo su eventuali versamenti in nero o società off shore.

E neppure dal Corriere della Sera c’è da aspettarsi granché. Anche in via Solferino non tutte le inchieste piacciono, dipende dal cui prodest . Se assestano qual­che bella botta al Cavaliere o ai suoi uomini, vai col piombo. Se invece spiacciono a qualche cocco del­l’establishment, inviati a casa, commentatori pronti a parlare di «fango» e interviste compiacenti tipo quel­la di ieri al finiano Donato Lamorte, di cui si occupa diffusamente Gian Marco Chiocci. E pazienza se il povero lettore non capisce un tubo: basta che il mes­saggio arrivi a chi deve intendere. Ma per fortuna ci sono anche colleghi e giornali ai quali l’avversione per Berlusconi non fa velo al punto da non vedere i fatti. E così Luca Telese, nell’editoria­le del Fatto quotidiano , riconosce che quelle date ne­gli ultimi giorni dal Giornale prima e da Libero poi sono notizie: «È una notizia che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triango­lazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presi­dente della Camera. (...) La cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67mila eu­ro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasispiegazione. L’unica cosa che non può fare - se vuole restare credibile - è tacere».

Di parlare, a dire la verità, Fini non pare avere mol­ta voglia. Tanto che, lo pizzica Giancarlo Pansa sul Riformista , altro foglio non propriamente di simpatie berlusconiane, «si dice che venerdì non abbia voluto fare una conferenza stampa vera per il timore di qual­che domanda sull’appartamento di Montecarlo. Può darsi che non sia così. Ma un vecchio detto recita: a pensar male si fa peccato, però non si sbaglia quasi mai».

Già, la «conferenza stampa» di venerdì. Vogliamo provare a immaginare che cosa sarebbe successo se qualcun altro avesse convocato cronisti e fotografi con la promessa di un contraddittorio e si fosse invece limitato a leggere un proclama, alzandosi poi bruscamente dalla sedia e andandosene? Se Verdini è stato massacrato solo per aver fatto una battuta sull’assenza di una giornalista, che cosa gli avrebbero detto se si fosse comportato come il presidente della Camera? E se l’avesse fatto Berlusconi? Apriti cielo. Invece, con il compagno Fini nessuno ha avuto nulla da ridire. Non i giornali sempre con il sopracciglio alzato; non la Federazione nazionale della stampa, in tante altre occasioni così prodiga di severi interventi. Su «Gianfri» non si può. Lui ha diritto di trattare a pesci in faccia la stampa, perché non è più il fascista rifatto di qualche anno fa. Lui ha diritto di non rispondere alle domande, perché ora è la grande speranza dei tanti giornalisti che tifano contro il Cav.

Eppure la sensazione è che prima o poi Fini qualche spiegazione sul pasticciaccio brutto di Montecarlo dovrà darla. Cominciano a chiedergliela i suoi ex compagni di viaggio, come La Russa e Matteoli. Storace ha annunciato addirittura una class action nei suoi confronti: vuole cioè riunire tutti i vecchi iscritti ad Alleanza nazionale in un fronte giudiziario contro l’ex tiranno del partito e chiedergli conto in un’aula di tribunale della gestione del patrimonio comune, immobiliare e non. Prima ancora, domani, Stracquadanio e altri parlamentari hanno in programma di presentare un’interrogazione urgente al ministro dell’Economia per chiedere che su questa vicenda venga fatta chiarezza.

In fondo si vuol solo sapere come mai, per quell’immobile ricevuto in eredità da An da una simpatizzante affinché venisse usato «per la buona battaglia », siano state rifiutate somme enormemente superiori a quella poi incassata. Perché sia stato venduto a una cifra del tutto fuori mercato. Perché sia stato ceduto attraverso un complicato meccanismo di società create appena due mesi prima in un paradiso fiscale. Per quale gioco del destino,infine,l’appartamento sia ora dato in affitto proprio al fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna di Fini.È un po’ più complicato che spiegare i famosi assegni circolari utilizzati per l’acquisto di casa Scajola; ma siamo certi che il presidente della Camera, se si impegna, ce la può fare.