Prime elezioni in Tunisia Incubo estremisti sul voto

Dopo la dittatura, la prova delle urne nel Paese dov'è nata la rivoluzione araba. Tra i cento partiti in lizza il
favorito è Ennahda, di ispirazione religiosa. E molti temono l’avvento
di una teocrazia

A poche ore dalla violenta uscita di scena del terzo raìs arabo in pochi mesi, la Tunisia si prepara alle sue prime elezioni libere. Gli elettori votano oggi per scegliere i 218 membri di un’assemblea costituente che dovrà riscrivere la Costituzione e nominare un governo in carica per un anno, il tempo necessario alla stesura della Carta fondamentale.

In un momento di stallo nelle rivolte che da gennaio scuotono il Medio Oriente e il Nord Africa, la drammatica fine del raìs libico e l’inedito voto possono cambiare il passo degli eventi regionali. «Quello che accade ora in Tunisia deve essere una fonte di ispirazione e incoraggiamento per il popolo libico», ha scritto il quotidiano tunisino in lingua francese La Presse, augurando ai vicini una transizione politica ordinata. E in queste ore si guarda alla Tunisia proprio per capire che tipo di transizione il Paese sarà in grado di offrire e quale sistema politico emergerà dalle urne. Tunisi diventa banco di prova, possibile modello per il mondo arabo toccato dagli sconvolgimenti rivoluzionari: la Libia ormai nell’era del post Gheddafi, l’Egitto al voto del 28 novembre. In Tunisia la frenesia elettorale emerge dai numeri. Sono più di cento i partiti in gara, in un Paese che fino a qualche mese fa era retto da un uomo solo, l’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, alla testa di un unico gruppo politico. Il sistema proporzionale vuole garantire una rappresentanza di tutti nella futura Assemblea, evitando che un solo movimento possa influenzare troppo la stesura della Costituzione.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da polemiche e controversie attorno al ruolo della religione sulla scena politica a causa dell’ascesa del partito islamico Ennahda, bandito ai tempi del regime, quando perfino frequentare troppo la moschea o portare la barba lunga, segno di pietà nell’islam, significava attirare l’attenzione dei servizi segreti. Ennahda oggi è il favorito al voto. Secondo i sondaggi il movimento potrebbe prendere dal 20 al 40% delle preferenze, soprattutto nei villaggi ruruali, più lontani dalla laica realtà della capitale. La sua forza elettorale preoccupa chi in Tunisia teme che una vittoria degli islamisti possa significare l’avvento di una teocrazia, la limitazione dei diritti delle donne in un Paese relativamente laico rispetto ai vicini arabi e in cui da decenni un codice della famiglia garantisce le donne nei contratti di matrimonio, divorzio e vieta la poligamia. Per i sostenitori di Ennahda, un successo del partito darebbe alla Tunisia la possibilità di sperimentare un islam politico moderato alla turca. Il movimento ha fatto campagna sottolineando la sua adesione a principi democratici e alla difesa dei diritti delle donne. I suoi detrattori lo hanno accusato però di usare un discorso moderato sulla scena politica e radicale nelle moschee. A inasprire i toni, l’ambiguità di membri di Ennahda all’indomani dell’assalto di un gruppo di salafiti, musulmani ultra conservatori, alla tv Nessma, rea ai loro occhi di aver mandato in onda Persepolis, cartone della iraniana Marjane Satrapi, dove Allah è rappresentanto, contro i principi islamici, in forme umane. Ennahda, pur condannando le violenze, non ha preso le distanze chiaramente dai salafiti: «Non ci danno veramente fastidio», ha detto Hamadi Jebali, segretario generale del partito, secondo il Monde.

In gara contro Ennahda - e con maggiori speranze di successo - ci sono alcuni gruppi politici laici come il movimento centrista Partito democratico progressista di Ahmed Najib Chebbi, storico oppositore di Ben Ali; Ettakol - Forum democratico per il lavoro e le libertà, del social-democratico Mustafa Ben Jaafar; il Polo democratico modernista, coalizione di partiti di sinistra, che più si oppone al discorso religioso di Ennahda; il Congresso per la Repubblica dell’attivista democratico Moncef Marzouk.