Prime pagine deviate

Molti nemici molto onore, diceva la buonanima. E a sfogliare Repubblica di ieri, il Giornale dovrebbe essere onoratissimo. Non c’è pagina del quotidiano romano, dalla prima a quella con la vignetta di Ellekappa, che non prenda di mira questo quotidiano a proposito del vituperatissimo scandalo dello spionaggio fiscale. Sulla prima pagina il principe del giornalismo segugio, Giuseppe D’Avanzo, sotto un titolo vagotonico («Cosa aspetta il governo?»), parla di «un’operazione politica tirata a lucido da giornalisti al soldo del Sismi e da giornali e network tv di proprietà di Silvio Berlusconi». «Un’offensiva» contro Prodi, «un lavoretto di qualità», «uno screening trasversale, meticoloso, esaustivo».
C’è chi evoca i fantasmi del Sifar, il servizio segreto militare che dopo lo scandalo De Lorenzo fu trasformato nel Sid poi diventato Sismi. Sulla prima pagina della Stampa la «jena» Riccardo Barenghi ironizza su «un’improvvisa e morbosa curiosità di massa, una sorta di virus» che avrebbe «colpito contemporaneamente decine e decine di funzionari e Fiamme gialle». Subito sotto, l’avvocato torinese Carlo Federico Grosso (ex vicepresidente del Csm e dal 1998 al 2001 presidente della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale) paventa addirittura il «rischio eversione»: «nube inquietante», «slealtà istituzionale», «intimidazione», «ricatto», «fango» paragonabile «alle calunnie emerse durante l’attività della Commissione parlamentare su Telekom Serbia». L’Unità strilla: «Hanno avvelenato la politica italiana». E i riferimenti ai «servizi deviati» non si contano.
L’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, uno degli eccellentissimi spiati, ha rotto il suo autorevole silenzio per denunciare un’atmosfera «che ricorda quella che si creò nel Paese a cavallo degli Anni Settanta e Ottanta, all’epoca dello scandalo della loggia P2». Il suo successore Giorgio Napolitano, anch’egli gratificato - ma una volta sola - dall’attenzione dei ficcanaso informatici, dopo una giornata di prudente riflessione ha esternato il suo «profondo sconcerto»: si è detto «sbalordito» per questi «fenomeni torbidi» e ha chiesto «indagini rigorose sulle responsabilità». Precisazione opportuna, visto che con certi magistrati il rigore è pura utopia.
Sulle prime pagine campeggiano lo «sconcerto» (Corriere e Messaggero), l’«allarme» (Repubblica), l’«ira» (Stampa) del Quirinale. Come sintetizza Barenghi, «se la storia delle spiate fiscali fosse una bufala, allora il Capo dello Stato non avrebbe di che sconcertarsi. Altrimenti, viceversa». Nei titoli si parla soltanto di Napolitano e Prodi, ci si indigna unicamente per le invasioni negli affari privati della famiglia del premier (senza ricordare che le donazioni sono atti pubblici). All’interno si accenna a Ferilli e Dini, Ricucci e Capirossi, Totti e Del Piero, Emilio Fede e la velina Giorgia Palmas: note di colore. Berlusconi e il figlio Piersilvio, spariti. Un esempio? L’Unità, che non ha il coraggio di scrivere chiaro e tondo che anche il Cavaliere è vittima dell’illegale voyeurismo internettiano. Nel lungo sommario sotto il titolo di prima pagina è scritto: «Dall’inchiesta emergono altri nomi di spiati: fra gli altri D’Alema e l’ex premier». Come se in Italia di ex premier ce ne fosse uno solo. Berlusconi è peraltro citato nella riga precedente con disprezzo: «Fa finta di nulla».
Bisogna entrare nelle pagine interne per mettere a fuoco i contorni della vicenda. Sulla Stampa, per esempio, si legge che i vip tenuti sott’occhio sono un centinaio, che «tutte le interrogazioni al computer hanno lasciato tracce inequivocabili» (e dunque dov’è tutto questo mistero?) e che «tranne che per gli articoli giornalistici (il primo comparve su L'Informatore di Reggio Emilia) relativi alla donazione dei coniugi Prodi a favore dei figli, non si ha, al momento, notizia di un utilizzo diverso di queste informazioni». Aggiunge il Corriere che «chi chiedeva la posizione fiscale e tributaria di Prodi spesso interrogava l’archivio per ottenere gli stessi dati su Silvio Berlusconi». E ricorda, come già scritto dal Giornale, che è stato lo stesso Prodi, appena installatosi a Palazzo Chigi, a fare partire gli accertamenti. Mandante (delle indagini) e vittima.