Le prime spine di Veltroni: per gli alleati è già un tiranno

Il fedelissimo Caldarola sintetizza: "I partiti minori devono morire"

Roma - Dagli amici lo guardi Iddio. Ché dai nemici Walter Veltroni sa guardarsi benissimo: conquistandoli alla Causa, o logorandoli come dio comanda. Se la prima condizione del Capo è la solitudine, Walter sta andando alla grande. Forte del popolo delle primarie, si sta concedendo un lusso dopo l’altro. Primo tra i quali, quello di mettere in fuorigioco il presidente del Consiglio. Quel Romano Prodi che gli monta contro i cespugli, e butta là: «Il garante della coalizione sono io», salvo poi doversi ricredere nel giro di poche ore: «I garanti della coalizione sono tutti i democratici». Come ammettere che in questa partita della legge elettorale, cui è legata la sua permanenza a Palazzo Chigi, il premier conta quanto il due di coppe a briscola. Attorniato dai tanti «bruscolini» che pure rendono il cammino del governo doloroso come quattro salti sulle braci ardenti.

Uno dei pretoriani di più recente acquisizione al «credo», Peppino Caldarola, lo esprime senza peli sulla lingua: «I piccoli partiti politicamente devono morire». Linguaggio che Veltroni non userebbe mai, naturalmente. E che fa dire al socialista Boselli che il modello di «Vladimir Veltroni è ormai quello di Putin». Si capisce che lo schema del leader pidì sia ormai smaccatamente maggioritario, nel senso di togliere il terreno sotto i piedi ai partitini di confine tra centrosinistra e centrodestra. Di qui passa il rapporto privilegiato con Berlusconi e il suo «Popolo della libertà». Ponendosi come il perno centrale dell’asse politico, Veltroni si è coperto adeguatamente le spalle a sinistra, costruendo un felice rapporto con il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Non è un caso che, approntato il primo testo di sistema elettorale ispanico-tedesco, Walter sia corso a Montecitorio per discuterne subito con il leader putativo della futura «Cosa rossa». Da allora i due si sentono spessissimo durante la stessa giornata: anzi, la prima telefonata che arriva nello studio di Bertinotti alle nove di mattina è quella di Veltroni. Un «buongiorno presidente!» che fa sospettare passi quotidiani concordati e geometrici. Non è un mistero che Bertinotti stimi Veltroni come uno dei pochi «cavalli di razza» sulla scena, e che si sia rammaricato della scelta di Prodi candidato premier confidando: «Peccato, avevamo un vero purosangue e non abbiamo saputo farlo correre».

Al di là delle differenze politiche, il presidente della Camera riconosce e apprezza, nel leader «mai stato comunista», una notevole discontinuità rispetto ai suoi colleghi: sia per modernità del linguaggio, sia per capacità di intercettare bisogni, sia per la propensione alla trattativa. Bertinotti è talmente entusiasta per il dialogo che Veltroni ha saputo aprire anche con Berlusconi, da far sospettare che ci sia stato il suo zampino nella «conversione» al proporzionale del leader Pd.
È proprio questa l’accusa che i prodiani di stretto rito lanciano a Veltroni. Un «voltafaccia» che Parisi gli rimprovera a muso duro, arrivando persino a sostenere che Walter «in pochi giorni ha distrutto venti anni di Ulivo».

I nostalgici del «Mattarellum», su cui si è fondato il potere di Prodi, sono perciò avversi a una strategia che rischia di rimandare a casa in breve tempo Romano e gli apostoli della sedicente «società civile». Visto però che non tutti i mali vengono per nuocere, la tendenza ha portato sulla strada veltroniana tanti amici che amici non sono: da D’Alema a Marini. Qualcuno, come Rutelli e Fassino, dovendo attaccarsi al carro - con mugugno e sete di vendetta - per non vedersi azzerato.
Nemici per divergenza di interessi sono, all’opposto, Verdi e Pdci, che temono di essere costretti dal nuovo sistema elettorale nella camicia di forza bertinottiana. Una Cosa rossa finalmente «senza se e senza ma». Da ingoiare di traverso per non restare al palo, tristi custodi di «solicheridono» e «falciemartello».