Primi guai per i militari che dovranno schierarsi alla frontiera. D’Alema minimizza: «È compito dell’esercito libanese e non dell’Unifil bloccare il traffico d’armi» Hezbollah: caschi blu alla larga dalla Siria I guerriglieri sostengono Assad e vog

Damasco taglia la fornitura di energia elettrica al Libano

Emiliano Farina

da Roma

La Siria rifiuta il dispiegamento di Caschi blu al confine siro-libanese ed Hezbollah stringe la mano al governo di Damasco ribadendo che «equivarrebbe a porre il Libano sotto mandato internazionale». La dichiarazione arriva dal deputato del Partito di Dio, Hassan Fadlallah, e, tradotta in soldoni, significherebbe non interrompere, ma continuare i rifornimenti di missili e armi provenienti dalla Siria o dall’Iran.
Un quadretto geopolitico che, alla vigilia del vertice Ue previsto per oggi a Bruxelles tra i venticinque ministri degli Esteri, finisce nella (lunga) lista delle preoccupazioni del vicepresidente del Consiglio, Massimo D’Alema, sulla missione internazionale nel Paese dei cedri. Ieri, durante l’incontro con il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, con la sua notoria flemma il vicepresidente del Consiglio ha provato così a liquidare i malumori di Siria ed Hezbollah: «Tutti sono obbligati ad applicare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu». Insomma, se i soldati italiani andranno a «supervisionare» la frontiera siro-libanese (come ha già chiesto il premier israeliano Ehud Olmert al presidente del Consiglio Romano Prodi), il rischio di scontri con le truppe di Hezbollah potrebbe essere ben più di una semplice eventualità. Quindi D’Alema rassicura così forze politiche e soldati che si apprestano a partire. «La risoluzione non prevede un dispiegamento di un contingente militare lungo tutto il confine tra Libano e Siria - rassicura D’Alema -: il disarmo delle milizie del Partito di Dio e le misure per impedire il rifornimento di armi sono compito delle forze armate libanesi e rispondono alle esigenze di sovranità del Paese. Le truppe Onu hanno un incarico di assistenza nel raggiungimento di questi obiettivi e - conclude - non faremo cose che il governo libanese non vuole fare».
In un’intervista apparsa ieri sulla tv araba Al-Arabiya, Fadlallah, uno dei quattordici deputati sciiti (il movimento appoggiato da Iran e Siria) che siedono dietro i banchi del Parlamento libanese, ha invitato il governo di Beirut ad assumere «una posizione chiara sulla questione». In questo senso, una risposta era già arrivata dal premier del Paese dei cedri, Fouad Siniora. «Rispetto le vostre posizioni» aveva detto al presidente siriano Bashar al-Assad, «ma il Libano agisce con tutti i suoi mezzi per preservare la sua sovranità e e difendere i propri interessi. Non abbiamo alcun motivo per essere in disaccordo con la Siria, come la Siria non ne ha con noi». Assad aveva annunciato che in caso di schieramento di Caschi blu lungo i confini con il Libano, avrebbe chiuso le frontiere. «Un tale gesto creerebbe condizioni ostili tra Siria e Libano - ha precisato il presidente siriano - e sarebbe un atto minaccioso verso di noi».
Ma il dialogo tra Siniora e Assad non è stato molto proficuo perché, a tre giorni dal botta e risposta, il governo siriano ha deciso di tagliare le forniture di energia elettrica nel nord e nell’est del Libano. Una mossa che, secondo il quotidiano libanese filosiriano As-Safir, «dato l’attuale contesto può essere interpretata come una pressione politica» sul governo di Beirut. L’annuncio della sospensione dell’energia elettrica è arrivato per mezzo di una lettera ufficiale con cui la Siria ha informato la compagnia elettrica pubblica libanese, Electricitè du Liban (Edl), di non essere più in grado di garantire le forniture «a causa delle condizioni in cui versa la nostra rete nazionale», è scritto nel documento, «e pertanto vi preghiamo di adottare, per quanto di vostra competenza, le misure necessarie a separare le due reti». La fornitura siriana sopperiva a circa il 10% delle carenze di elettricità in Libano dopo i 34 giorni dell’offensiva militare israeliana.
E mentre la comunità internazionale si affanna per cercare di raccogliere la più larga collaborazione possibile in tema di missioni militari e disarmo nucleare, Maximo Cajal, consigliere del premier spagnolo Josè Zapatero, ha stupito tutti: «Perché si vuole negare all’Iran il diritto di tenere armamenti nucleari quando è circondato da Paesi che ce l’hanno come India, Pakistan e Israele?». Immediata la presa di distanza dell’esecutivo di Madrid: «Si tratta di un’opinione personale di Cajal - ha precisato un portavoce - la posizione del governo spagnolo resta quella dell’Europa». El Pais, quotidiano filogovernativo ha sottolineato che il consigliere di Zapatero «ha aperto una polemica politica» sulla questione.