Primi segnali di perestroika a Cuba Raul Castro: «Dobbiamo rinnovarci»

Autocritica del fratello di Fidel. Messaggio del lider maximo al Parlamento: «Una volta volevo il potere Ero giovane e incosciente, oggi non lo voglio più»

da Washington

Hanno detto tutto tranne la parola che tutto riassume. Forse perché è una parola russa, di difficile pronuncia; o forse perché è rimasto il sospetto che «porti male». Ma la svolta che il dittatore ad interim di Cuba Raúl Castro ha annunciato, con la discreta benedizione del fratello Fidel, ancora assente dalla politica attiva perché malato, può essere definita solo come una perestroika. Con molto ritardo Mikhail Gorbaciov torna di moda nell’isola-bunker tropicale, nel Paese comunista d’Occidente che più apertamente manifestò fin dal primo giorno il suo dissenso e la sua condanna per gli esperimenti riformistici nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta.
Le relazioni fra i due Paesi ne soffrirono, le polemiche erano implicite nello scambio di gesti consistenti soprattutto nello scioglimento di antichi «legami fraterni». «Revisionista» è rimasta fino a ieri una bruttissima parola nel gergo politico dell’Havana, anzi spesso un reato.
Ma ascoltiamo adesso Raúl Castro, nel discorso pronunciato ieri in Parlamento, nell’ultima seduta dell’attuale sessione, prima delle elezioni del 20 gennaio: «A Cuba le cose vanno male. Ci sono troppi divieti inutili o superati, che rallentano tra l’altro la crescita dell’economia. Per affrontare e risolvere questa situazione ben vengano le critiche costruttive della gente».
«Siamo sotto gli obiettivi che ci eravamo prefissi, a causa degli scarsi risultati nei settori delle costruzioni e nell’agricoltura, oltre che nel ritardo nelle importazioni di beni di consumo. È il momento - ha detto Raúl - di cambiare metodi a tutti i livelli: il popolo viene ora informato. Siamo al lavoro per eliminare la tendenza al trionfalismo e al compiacimento, che sono state tanto nocive».
Raúl Castro ha rivelato che la gente viene sollecitata a compilare l’equivalente dei «cahier des doléances». È in corso una «raccolta di rilievi. Ne sono già arrivati un milione e trecentomila». Il tema toccato più di frequente dai cittadini e dalle organizzazioni locali del partito dei sindacati riguardo «la produzione alimentare e il caro vita. Facciamo tutto il possibile perché la terra e le sue risorse siano in mano di coloro che sono in grado di produrre con efficienza e che dunque meritano di ricevere una adeguata remunerazione materiale».
Raúl ha anche ammesso che «giuste sono le critiche della gente per l’uso irrazionale delle risorse da parte degli organi dello Stato, a causa della disorganizzazione e della carenza di controlli, mentre nulla o poco si è fatto per affrontare bisogni economici e sociali». Il dittatore ad interim ha assicurato che sono già avviate le procedure per mettere a riparo a queste pecche, in particolare nei settori dell’istruzione, della sanità, della casa, dei trasporti.
«Nessuno di noi è un mago che possa estrarre da un cilindro le risorse necessarie, però - ha continuato - bisogna cambiare i metodi finora adottati dai funzionari pubblici a tutti i livelli: dobbiamo eliminare la perniciosa abitudine del trionfalismo e dell’autocompiacimento».
Perestroika, non c’è altra parola di questa che viene accuratamente evitata, ma che nei fatti il regime cubano si è deciso a varare. Tutto il regime, a quanto pare, e non solamente Raúl. Nelle stesse ore ha parlato, nella forma consueta di un messaggio, anche Fidel e il suo messaggio collima con quello del fratello e anzi lo completa. Il Castro numero uno ha tenuto ben altro linguaggio: ha parlato più del passato che del futuro, più in termini autobiografici e filosofici che entrando nei dettagli della situazione economica.
L’ottantaduenne Líder Maximo ha confessato di essere stato, in passato, un «socialista utopista: era quando credevo di sapere tutto quello che c’era da fare e credevo di avere il potere per farlo. Quando guidai la rivoluzione cubana nel 1959 avevo appena cominciato a capire che il mio compito era lottare per gli obiettivi socialisti a costo di morire in battaglia, ma non quello di aggrapparmi per sempre al potere. Lo sono stato invece per un periodo, perché ero molto giovane e incosciente. Ora questa epoca è finita, questa pagina è voltata. Ora non sono il tipo di persona che si attacca al potere. Ora ho preso coscienza. Che cosa mi ha fatto cambiare? La vita».
Oppure l’imminenza della morte, di cui Fidel non parla ma che gli incombe addosso da un anno e mezzo. Evidentemente egli non ha più le energie per guidare la retromarcia. Tocca al fratello, di poco più giovane ma non irrigidito nel ruolo di icona.