Il primo attacco al Leone e quei santuari violati

La grande guerra di Trieste tra la spinta del mercato e gli equilibri di Mediobanca

nostro inviato a Trieste
Per la prima volta le Generali sono sotto attacco. Non è una scalata ostile o una nuova maggioranza di riferimento. Ma nemmeno una sparuta pattuglia di singoli azionisti che, a torto o a ragione, si sentono insoddisfatti. È un’altra e inedita situazione: una parte non irrisoria del mercato, guidata dal fondo attivista Algebris, guidato da Davide Serra, ha scelto di andare all’assemblea dei soci di ieri a Trieste per contestare pubblicamente la gestione delle Generali, che storicamente fa riferimento al socio numero uno, Mediobanca. E ha raccolto il 3,6% del capitale.
Non si sa se dietro ad Algebris c’è qualcuno che soffia sul fuoco. Il presidente Antoine Bernheim, dopo che un’azionista gliene ha chiesto conto, ha ribadito di aver parlato, a suo tempo, di «un gruppo di italiani che sostenevano Algebris con un comportamento di tipo mafioso». Ma ha detto di non comprendere come mai Algebris avesse preso di mira le Generali. E comunque non ha precisato a chi si riferisse. Forse ad alcuni azionisti italiani di Algebris, come Intesa Sanpaolo? Forse a qualcuno che puntava a «fargli le scarpe» all’interno del consiglio? Ma se così è stato, qualche mese fa, tale situazione sembra ora superata, con Bernheim saldo al vertice fino al 2010, avendo incassato le conferme di tutti i grandi soci: dai francesi di Mediobanca, al presidente di Piazzetta Cuccia Cesare Geronzi.
Inoltre, il consigliere di Generali Paolo Scaroni, che qualcuno immaginava al posto di Bernheim, è vicino a una conferma come ad di Eni; e i soci privati come Francesco Gaetano Caltagirone o Romain Zaleski si sono detti favorevoli all’attuale governance di Generali; né Lorenzo Pellicioli di De Agostini ha avuto niente da ridire. Mentre i timori del presidente di Intesa, Giovanni Bazoli, azionista e partner industriale di Trieste nella bancassurance, su uno strapotere della catena Unicredit-Mediobanca-Generali (a sua volta grande socio di Intesa), non sono più all’ordine del giorno. Tuttavia lo saranno presto, perché l’anno prossimo è in scadenza il patto di sindacato di Mediobanca e in quella occasione l’intero equilibrio di Generali verrà rimesso in discussione. I nuovi e duraturi equilibri politici, con Silvio Berlusconi che torna a Palazzo Chigi proprio quando la sua Fininvest è appena entrata nel patto di Mediobanca, dove si è rafforzata anche Mediolanum, e dove al vertice siede il banchiere amico Geronzi, completano il quadro di un cambiamento che si preannuncia epocale. Allora l’impressione è che l’attacco di Algebris di ieri abbia semplicemente aperto con largo anticipo le ostilità che di qui al 2010 vedranno scendere in campo tutti i protagonisti di cui sopra. Ma anche una variabile inedita: il mercato, che per tutti questi ultimi 176 anni (tanti ne ha Generali) è stato poco più che un convitato di pietra. Ma che da ieri si è candidato a giocare un ruolo importante. Anche facendo leva su un mondo che sta cambiando. Tutti i rapporti di «relazione» tra soci e, di conseguenza, tra parti correlate, in altri termini gli intrecci societari che hanno composto la spina dorsale del capitalismo mediobanchesco dal dopoguerra in poi, hanno spazi di manovra sempre più ridotti. Le nuove norme sui diritti delle minoranza e le prassi attuative imposte e controllate dalle Authority (Consob, Antitrust e Bankitalia), mostrano proprio con le due ultime assemblee di Telecom e Generali la nuova debolezza del capitalismo senza capitali tipicamente nostrano. In questa chiave l’attacco di Algebris può essere funzionale al cambiamento in vista nell’assetto delle Generali. Un gruppo di investitori, misurato ieri al 3-4%, ha preso posizione. E si candida ad aggregare, o ad essere aggregato, a seconda delle esigenze che si manifesteranno nei prossimi equilibri della finanza italiana.