Il primo film (italiano) sul dramma della recessione economica

Tornano i fratelli Taviani (dal 2 marzo con Cesare deve morire, interpretato dai carcerati di Rebibbia). Torna Bernardo Bertolucci con Io e te, e adesso torna pure Giuliano Montaldo, 81 anni e qualcosa da dire, comunque. Il cinema dei seniores di vaglia non è morto, dunque, se L’industriale (da venerdì), benissimo interpretato da Pierfrancesco Favino nei panni del protagonista in crisi con la ditta di famiglia, va dritto al cuore dell’attualità. Mentre viene a galla il dramma dei piccoli e medi industriali, spinti al suicidio dopo aver cercato di salvare la propria attività senza riuscirvi, irrompe sulla scena delle perenni commedie all’italiana un film drammatico.
Ma non si pensa più a Berlusconi, quando Favino-Nicola, tenace quarantenne a capo delle officine meccaniche ereditate dal padre, lancia il suo anatema contro lo Stato corrotto e affamatore (sebbene lo sceneggiatore Andrea Purgatori a quello pensasse, quando ha scritto il film). È al governo Monti che vola il pensiero, perché mentre la crisi insiste, si affamano i pensionati per mantenere le auto blu. Come quelle che l’industriale - alle prese con compratori tedeschi, speculatori al ribasso, e con la banca, che gli nega il prestito - vede sfilargli davanti, in aggressiva successione. Intanto lui, nella Torino opprimente delle fabbriche dismesse e del degrado multietnico, vive una difficoltà anche coniugale: la bella e ricca moglie (Carolina Crescentini) gli sfugge, forse lo tradisce con un garagista rumeno, che l’industriale seguirà e ucciderà, scaraventandolo nel Po. Purtroppo qui comincia il mélo ed è come se Montaldo, esperto nel cogliere l’essenza di uomini e cose, non osasse spingere il pedale della denuncia, preferendo virare verso la dinamica di coppia. Di fatto, Nicola è circondato da una solitudine sociale impressionante: l’amico avvocato (Francesco Scianna) non cura i suoi interessi; gli operai delle sue officine non sono con lui neanche dopo un domestico discorso del panchettino, volto a difendere la produzione collettiva e la moglie gli preferisce singolari scappatelle di periferia.
Per una fatale coincidenza, L’industriale esce nel momento di massima inquietudine italiana, sortendo un effetto-freschezza per quanto viene denunciato, almeno nella prima parte del film. Laddove i riti dell’alta borghesia industriale di Torino - la sauna dopo la piscina, le feste nelle ville in collina, la servitù che attende al fiero pasto dei padroni - appaiono funerari, come citassero qualcosa di ormai scomparso. La ricchezza svanita, per esempio. O il rapporto padroni-operai, mancando e gli uni e gli altri nell’Italia delle finte liberalizzazioni. Acuisce l’atmosfera obituaria del racconto la splendida fotografia di Catinari, virata nel bluastro freddo che ben si attaglia alla narrazione di quanto è finito ai marmi: la nostra industria, le nostre migliori speranze.