Il primo giorno di lavoro comincia con una preghiera

Obama nello Studio Ovale alle 8.35, poi alla cattedrale. E in mattinata lui e la moglie a fare da ciceroni agli ospiti

Ieri mattina, dopo aver dato una scorsa alla sua «honey-do list» (così gli americani chiamano l'elenco delle incombenze più urgenti lasciate loro dalle mogli prima di uscire a testa bassa a fare shopping), Barack Obama ha realizzato che, chiusa la parentesi leggera delle danze inaugurali in smoking e mocassini di vernice, per lui era arrivato il momento di iniziare a "ballare". Sul serio. Perché la lista di cose da fare che il signor Barack ha trovato appiccicata alla porta del frigorifero, allarmante memoria scritta lasciatagli dalla sua nuova, ingombrante e problematica metà - la signora America -, è di quelle in grado di far tremare i polsi anche a un sergente dei marines.

Comunque, dopo una prima e brevissima notte trascorsa in una camera inedita e sconosciuta - e chissà mai, forse anche frequentata da qualche illustre First Spirit - Obama ha ritrovato sul tavolo della prima colazione i suoi cereali preferiti, il caffè prediletto, il latte vitaminizzato a cui è abituato. E così è successo alla moglie, alle figlie e perfino alla suocera al seguito. Premure assicurate del resto a ogni cambio di presidenza dallo staff interno della Casa Bianca, che in silenzio, ogni quattro od otto anni (dipende dalla rielezione), approfittando proprio delle sei ore dedicate alla cerimonia di insediamento, alle parate, alle cene e ai balli, provvede a svuotare l'abitazione più importante d'America di tutte le cose dei precedenti inquilini. Per rimpiazzarle con quelle dei nuovi arrivati. O meglio, arrivandi. E appunto c'è tutto, ma proprio tutto: dai calzini nei cassetti, al ketchup nella dispensa.

Poi, salutato con brevi cenni delle loro testone dai giganti della sicurezza che notte e giorno popolano con discrezione i corridoi della White House, nonché dagli impiegati che prendono servizio, Obama ha messo finalmente piede per la prima volta, alle 8.35, con una tazza di caffè fumante, nell'emozionante sacralità dell'Ufficio ovale. Dove, sulla scrivania, ha trovato sì il messaggio di benvenuto lasciatogli da George W. Bush con la simpatica dedica «al numero 44, dal numero 43», ma anche la lista delle cose da fare. Tanto lunga e impegnativa che il 44° presidente degli States ha pensato bene che fosse meglio anche per lui rispettare una tradizione avviata dai suoi predecessori. Chiedendo un aiutino dall'alto. Molto dall'alto.

Lo ha fatto, recandosi insieme con la first lady Michelle, con il vice Joe Biden e signora, nonché con la irrefrenabile coppia Bill e Hillary Clinton, nuovamente in fregola washingtoniana, alla National Cathedral per una cerimonia di preghiera aperta ai fedeli di tutti i culti. «So help me God», insomma, nel vero senso della parola. Ovvero quel «che Dio mio aiuti» che aveva chiesto davanti al mondo il giorno prima, in chiusura di giuramento.

Quindi, esaurita anche l'ultima scorta di sorrisi da commesso viaggiatore e di strette di mano di circostanza nel corso di un'Open House per migliaia di visitatori in sollucchero, perché ammessi proprio in questo suo primo giorno a fare il giro delle stanze presidenziali, l'ultimo erede di George Washington ha cominciato a spuntare gli impegni. Un'agenda appunto fittissima, rimbalzando dall'Afghanistan alla riforma sanitaria, dal sistema bancario collassato allo scottante tema dell'aborto.

«Beate Sasha e Malia!», avrà sospirato invidioso Obama. Ieri, infatti, le sue due bimbe - almeno loro - hanno bigiato con la giustificazione scritta. «Solo perché è ancora un giorno molto speciale», ha precisato mamma Michelle. Perché con oggi, anche loro, devono iniziare a fare sul serio un altro mestiere. Quello delle first daughters. Che non è però un mestiere da bambine.