Il primo giorno di scuola di deputati e senatori liguri

</B></B></B></B>Le ore di passione dei subentranti Tacchi di quindici centimetri per Giovanna Melandri

(...) non è che sia proprio all’alba: l’ordine del giorno chiama in aula i deputati alle 10 e i senatori alle 10,30. Ma, insomma, per i ritmi romani, siamo ad orari antelucani. E alba sia. Anche se qualcuno sfoggia look da sera: Fiamma Nirenstein è in black con camicia leopardata identica a quella della sua compagna di gruppo Paola Pelino, regina dei confetti; Giovanna Melandri si presenta con più di quindici centimetri di tacco per «scarpe in finto lucertolato grigio perla appena coperto da pantaloni a campana con bolerino a righe grigie e blu» (così, almeno, giura Anna Laura Bussa dell’agenzia Ansa).
Tanto, i sogni muoiono lo stesso. L’inizio delle sedute è una serie di colpi allo stomaco per gli aspiranti parlamentari liguri che resteranno aspiranti. E l’inserimento di un deputato (Massimo Zunino) e di un senatore (Luigi Lusi), tutti e due del Pd, eletti dalle nostre parti nelle giunte provvisorie delle elezioni di Montecitorio e Palazzo Madama - non per particolari meriti, ma in quanto «membri anziani» delle stesse nelle scorse legislature - è quasi uno sfregio ulteriore, un ultimo schiaffo per quelli che parlamentari non lo saranno mai. La raffica di colpi è di quelle pesantissime: inizia Giulio Andreotti, presidente provvisorio del Senato, quando rende note le opzioni dei pluri-eletti a Palazzo Madama. Sono pochi, pochissimi, solo otto. Ma sufficienti a lasciare a Genova Bruno Ravera, fondatore dell’Union Ligure, perchè Roberto Castelli, eletto in tre regioni, sceglie proprio di essere il senatore della Liguria. La notizia era arrivata a sorpresa l’altro pomeriggio. Ravera spera fino all’ultimo nella controsorpresa, che però non c’è. Nel male, c’è un bene: Castelli è forse il migliore di tutto il Carroccio e, come ha dimostrato anche in campagna elettorale, partecipando a comizi e incontri con il mondo del lavoro, non è di quelli che prendono i voti e scappano. Quindi, anche se parla bergamasco, non si può considerare un usurpatore. E, quasi a riequilibrare le sorti, in aula c’è Gigi Grillo, senatore ligurissimo del Pdl che questa volta è stato eletto in Puglia, ma è quasi un dettaglio, una sfumatura geografica. Così come, grazie alle opzioni di Roberto Calderoli, rientra in Senato una rappresentante del Basso Piemonte: Rossana Boldi di Tortona. Uno a uno e palla al centro.
Cambiando l’ordine delle Camere, quasi in un bicameralismo perfetto delle geografie elettorali, anche a Montecitorio le terre alessandrine e mandrogne guadagnano un parlamentare: è Manuela Repetti, apprezzatissima rappresentante azzurra di Novi Ligure, che però è stata eletta nel collegio del Piemonte settentrionale, più sicuro. Così come, sempre ai confini della Liguria, Silvio Berlusconi lascia il suo seggio toscano a Lucio Barani, sindaco prima di Aulla e poi di Villafranca Lunigiana, anima socialista di quella terra di mezzo che sta a cavallo fra Liguria e Toscana, che ha appena portato Sandro Bondi (neosenatore luneziano pure lui) a un impensabile ballottaggio. E arriva a ridosso dell’elezione pure l’imperiese Giovan Battista Pizzimbone, che dopo la rinuncia al seggio siciliano di Berlusconi e Fini è davvero il primo dei non eletti, a un passo dal sogno.
Intanto, a scandire i nomi di promossi e dannati, di quelli che entrano per davvero a Montecitorio e di quelli che non vedranno mai gli scranni della Camera, è il deputato segretario Giuseppe Fallica che siede a fianco del presidente provvisorio Pierluigi Castagnetti. Già il «Castagna» non è particolarmente avvincente nel suo discorso; ma Fallica, se possibile, ancor meno. Eppure nella sua voce un po’ cantilenante, c’è la chiave che porta alla Camera Giovanni Paladini quando annuncia l’opzione di Antonio Di Pietro per un’altra regione; quella del savonese Guido Bonino, appena Fallica dà la certezza che Umberto Bossi non sarà un deputato ligure; e quelli di Michele Scandroglio e Roberto Cassinelli che subentrano in tandem rispettivamente a Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
Il quartetto dei «deputati subentranti», che per mezz’ora appena sono figli di un dio minore dei parlamentari, attende davanti ai televisori del Transatlantico, ancora con il tesserino magnetico al taschino. Poi, l’annuncio ufficiale, la proclamazione e il passaggio di status certificato dall’addio al badge. Per Scandroglio - a cui persino l’ordine alfabetico ha regalato la vicinanza nelle «chiame» al suo leader Claudio Scajola - è una prima assoluta; Cassinelli rivive, stavolta in positivo, la passione della scorsa legislatura, quando fu il primo dei non eletti, con la speranza che Scajola optasse per la Puglia, dove pure era stato eletto. Le alchimie nazionali decisero diversamente e Cassinelli restò a Genova. Stavolta, nel consueto bagno di sudore e di emozione da vero lord della politica, nessuna sorpresa. Onorevole Cassinelli, arruolato.
Anche stavolta, quasi in un gioco dell’appello, il vicino di posto alfabetico di Roberto è un «deputato ligure». Fra mille virgolette, s’intende. Perchè Pier Ferdinando Casini conferma l’opzione per la Liguria, lasciando definitivamente fuori Rosario Monteleone, nonostante il suo recentissimo ingresso nell’Udc. Casini, fra l’altro, almeno per un po’ sarà capogruppo dei suoi e la sua dichiarazione è quasi uno schiaffo ulteriore di parole per Monteleone: «Tutti parlano, ma quello che conta nel primo giorno di legislatura è una sola cosa: esserci o non esserci. Questa è la discriminante». Programma un po’ minimalista per chi, prima delle elezioni, non escludeva di fare il premier. Ma, intanto, Casini c’è e Monteleone no.
Altra doccia gelata quando Fallica annuncia l’elezione di Antonio Rugghia. Chi è costui? È il deputato che subentra a Giovanna Melandri nel Lazio e che sancisce l’ultimo schiaffo alla Liguria del ministro dello Sport, seppure ancora solo per pochi giorni. La scelta di far entrare Rugghia spegne definitivamente e incredibilmente i sogni di Lorenzo Forcieri.
Le ultime notizie arrivano dai deputati che non optano, ma si dimettono direttamente, senza passare dal via della legislatura. Cristiana Muscardini resta a Strasburgo per An, mossa che insieme alla scelta di Roberto Formigoni di non abbandonare la presidenza della Lombardia, chiude le porte dell’Europarlamento a Giacomo Gatti, spezzino, secondo dei non eletti. Mentre le dimissioni di Franco Frattini, fanno pensare che varrà l’incompatibilità fra ministri e parlamentari. Se fosse così, Claudio Scajola, che forse andrà alla Giustizia o comunque a un ministero pesantissimo, lascerebbe il suo posto ad Alessandro Gianmoena, vera rivelazione della campagna elettorale. Due buone notizie, Scajola superministro e Gianmoena deputato, in una botta sola.