Il primo ko di Vendola, cantastorie narciso che adora le poltrone

Maestro di ritrosia, si tira indietro ma fino a ieri era sempre riuscito a vincere tutte le battaglie. Stavolta per lui una delusione e nessun pianto di finto dolore

Stavolta a Vendola è andata male. Prima, ogni volta che gli capitava a tiro una poltrona, Nichi l’afferrava senza sbagliare un colpo, ma con l’aria della mammoletta cui hanno forzato la mano. Era come i democristiani del secolo scorso che accettavano gli allori sospirando: «Mi sacrifico per spirito di servizio». Nel Duemila a darsi il tono sofferto sono i cinquantenni della sinistra. Walter Veltroni, per dire, sembra che faccia la grazia ai suoi di guidare il Pd, ha un muso lungo stabile e lascia intendere che, in realtà, sogna l’Africa.
Ma Vendola lo batte. È lui l’inarrivabile maestro della ritrosia a vuoto. A parole, si tira sempre indietro. Poi non perde un’occasione che sia una. Oggi era il candidato favorito alla poltrona di segretario di Rifondazione comunista. Tre anni fa, prese al volo la presidenza della Regione Puglia. Su entrambe le prede si è avventato dicendo di non volerle. Non crediate però che la sua sia ipocrisia. Nichi è un narciso, prigioniero di un’immagine di sé di cui è innamorato. Pensa sinceramente di essere un fanciulletto mai cresciuto. Un poeta prestato alla politica. Un monaco costretto a fare il Papa.
Quando - dopo averlo voluto con tutte le forze - fu eletto Governatore, pianse. Ohibò, perché piangi?, gli fu chiesto. È gioia? «È dolore - rispose Nichi -. Soffro perché entro nel cuore del potere». Si grattò il lobo con l’orecchino e aggiunse: «Per essere felici col potere bisogna amarlo e io sono disamorato del potere. Ho paura di sporcarmi la faccia». Neppure aveva cominciato a occuparsi dei suoi concittadini che subito disse: «Quando tutto sarà finito, voglio si dica che non sono mai caduto nell’arbitrio e nell’illegalità».
A Vendola piace sentirsi un mistico al servizio dell’uomo. Un redentore adorato dal suo popolo. «Tra me e i pugliesi - ripete spesso - c’è un rapporto prepolitico. Nonne e madri mi fermano. I bambini mi mandano lettere con consigli».
Oltre all’orecchino, Nichi porta una vera d’oro infilata nel pollice. E, come sempre con lui, dietro la stranezza c’è una storia edificante. «È il dono di un pescatore - ha raccontato -. Un omone col viso buono che il giorno in cui sono stato eletto mi ha abbracciato e detto: “Avevo giurato che se vincevi ti avrei dato la cosa più cara: la fede di mia madre”». Già questo è carino e tremendamente vendoliano. Ancora migliore è la ragione per cui non ha riposto l’anello in un tiretto e se l’è infilato. Che l’abbia messo al pollice è solo perché era troppo largo per il suo anulare graziosamente sottile. Ma che lo porti, nonostante la dismisura, è sublime: «Simboleggia il mio matrimonio col popolo», ha spiegato. Uno che ha il coraggio di una simile frase, ha la poesia incorporata. Oltre a dimostrare dimestichezza coi profeti d’Israele dei quali è forsennato lettore essendo la Bibbia il suo livre de chevet.
«A pelle, i pugliesi hanno di me la percezione di una persona perbene», è un’altra delle annotazioni preferite di Vendola che, quando parla di sé, è torrentizio. Essere perbene è il suo vanto. E nessuno dubita che lo sia. Anche se però i suoi pasticcetti li ha fatti. Voleva istituire a Bruxelles una «casa Puglia» pagando l’edificio 2,1 milioni di euro. Fu subissato di critiche. Spiegò che era un’ispirazione alla quale doveva obbedire e che avrebbe prodotto buoni frutti. Poi, per fortuna, il palazzo belga risultò pericolante e non se ne fece nulla. Un’altra volta offrì a Berlino un buffet accompagnato da concerto, per una spesa di cinquantamila euro totalmente buttati al vento. Subito dopo, partì alla volta di Washington con una delegazione di cinquanta persone in vista di una conquista pugliese delle Americhe. L’opposizione di destra calcolò che la gita di quattro giorni costava alla collettività 345mila euro e gridò allo scandalo. Nichi replicò che anche stavolta seguiva un’ispirazione e che gli euro erano stati appena 76mila. Quanto a sé, precisò di avere preso una stanzuccia da 130 dollari a notte e di essersi sfamato con panini.
Ignoro quale sia il bilancio dei suoi tre anni di presidenza. Ricordo solo le polemiche sui consulenti d’oro della Regione. Il blocco dei termovalorizzatori dei quali Nichi, imbevuto di ecologismo pecoraroscaniesco, diffida. Una legislazione generosa sulle unioni di fatto. Tutti nodi che sarebbero venuti al pettine se fosse stato eletto segretario di Rc e avesse lasciato la presidenza regionale. Un semplice rinvio del redde rationem.
Anche prima di candidarsi alla poltrona che gli è sfuggita, Nichi sembrava aborrirla. In diversi colloqui, anche col sottoscritto, disse che non voleva la guida di Rc, con questo argomento: «Non sono adatto: sono cattolico, eterodosso, troppo vecchio». «Spiegati», gli ho ingiunto. E Nichi ha detto: «Sono cattolico, sia pure nella forma più imperfetta. Eterodosso, perché inguaribilmente libero. Vecchio, perché vivo sulla mia pelle l’atrofizzazione del capire. La mia generazione può solo traghettare i giovani verso un nuovo approdo della sinistra e poi tirarsi indietro». Poi, allargò le braccia e aggiunse: «Non solo ho preso l’impegno di portare a termine la mia presidenza della Puglia, ma potrei ricandidarmi a un mandato bis». Allargò di nuovo le braccia e sussurrò: «Se però i compagni mi chiedessero di assumere la segreteria... Obbedisco». Poi precisò che detestava essere leader di partito e che se proprio avesse dovuto, lo avrebbe fatto a modo suo. Ossia: per un breve periodo e cooptando al suo fianco un compagno. Una sorta di inedito consolato.
Ora, le cose non sono andate per il verso giusto e non sapremo mai se sarebbe stato di parola. Ma, intanto, possiamo notare che anche Nichi - nonostante l’asserita diversità - era disposto a intrupparsi con quelli che si fanno eleggere sindaci o Governatori e mollano l’incarico prima del tempo, deludendo chi li ha votati. Stile Rutelli e Veltroni, per intenderci.
Vendola è nato 50 anni fa a Terlizzi, in quel di Bari. Il babbo, un ex fascista, divenne comunista e restò cattolico. Gli impose il nome di Nicola, che è il santo di Bari, ma lo chiamò subito Nikita in onore di Krusciov e in omaggio alla destalinizzazione. La sera, quando andava a rimboccargli le coperte, gli chiedeva: «Hai detto le preghiere?». A vent’anni - era il ’68 - Nichi dichiarò ai genitori di essere gay e li annichilì. L’outing - ha ricordato - fu per lui «un massacro sociale, politico, familiare. All’epoca molti pensavano che per i gay bisognasse chiamare il medico, l’ambulanza, lo psichiatra». Ma, ha aggiunto con la solita tenerezza verso se stesso, «io non so mentire. Avevo scoperto l’amore e viverlo come una colpa mi sembrava una bestemmia contro Dio».
Di mezzi modesti, per mantenersi agli studi Nichi fece il cameriere, il correttore di bozze dall’editore Di Donato, il venditore porta a porta dei libri di Einaudi e degli Editori riuniti, tutta roba rigorosamente di sinistra. Si laureò in Lettere con tesi su Pasolini. Entrò nella Fgci, i giovani del Pci, poi nel Cc del partito. Quando Occhetto cambiò il nome, pianse ed entrò in Rc che Bertinotti aveva appena fondato. Fausto lo fece deputato nel ’92 e alla Camera è rimasto per quattro legislature prima di assumere la reggenza del regno che fu di Federico II.
Dal ’93, Nichi è sotto scorta. La mafia gliel’ha giurata perché l’ha sempre combattuta in tutte le sue versioni, pugliese, calabrese, siciliana. Ha egualmente lottato contro i magistrati ambigui, specie in Calabria. Quando costoro, senza nessuna ragione, presero di mira la deputata di An, Angela Napoli, vicepresidente dell’Antimafia, Vendola l’ha difesa a spada tratta. «È una delle voci più limpide della Calabria», disse. La faccenda, infatti, finì nel nulla con annessa figuraccia dei maneggioni in toga. Il garantismo è la virtù più bella di Nichi, perché è senza i vezzi che ha verso se stesso, ma autentica e severa.
Vendola è nato poeta e si è acconciato come politico. Ha scritto quattro libri di poesie. Uno è stato premiato da una giuria di cui faceva parte Marcello Veneziani, intellettuale di origini missine. Il Secolo d'Italia, quotidiano di An, li recensisce regolarmente.
Quando è stanco delle sue cariche che ormai ricopre da vent’anni, Nichi sogna di ritirarsi e fare il maestro d’asilo per raccontare filastrocche ai bambini. È un filastroccaro con i fiocchi: «C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca che raccontava la storia bislacca di una bambina che sta sulla rocca e che ripeteva la mia filastrocca nata un po’ allocca e cresciuta barocca...».
Come Fausto, Nichi è un affabulatore. Al pari di lui, non ha una sola idea adatta ai tempi. Bertinotti ha condotto Rifondazione fuori dal Parlamento. A Vendola - gradito agli dei - il destino ha risparmiato di darle il colpo di grazia. Toccherà allo sfortunato neosegretario.