Primo passo verso la federazione

Dopo la manifestazione di piazza San Giovanni alcuni commentatori si sono esercitati nella scoperta dell'acqua calda. S’accorgono oggi che il Cavaliere ha «una straordinaria capacità di comunicazione» (Sergio Romano, Corriere della Sera), «che il leader unico del centrodestra è più che mai Silvio Berlusconi» (Eugenio Scalfari, Repubblica), «che nella società italiana di oggi il berlusconismo è una cultura diffusa» (Valentino Parlato, Il Manifesto). Niente di nuovo, se non la certificazione che la memoria corta è un vezzo diffuso. Bastava tornare indietro allo «scatto di Vicenza», al 18 marzo 2006, giorno in cui Berlusconi riprese a giocare secondo i suoi schemi - imprimendo alla campagna elettorale un'accelerazione da antologia - per non commettere l'errore di sottovalutare ancora una volta il Cavaliere.
Quello che invece non è stato colto nel suo discorso è il passaggio dedicato al rapporto tra partiti e cittadini, laddove dice che «prima vengono gli elettori e solo dopo vengono i partiti, i loro dirigenti e i loro leader» e conclude affermando che «in una democrazia è il popolo che sceglie i leader, non sono i leader che scelgono il popolo», Berlusconi capovolge lo schema tradizionale dell'esercizio del potere partitico in Italia, interpreta la volontà di un elettorato che sventola bandiere diverse, esibisce identità radicate, ma vuole stare sotto lo stesso tetto e con un obiettivo politico comune.
L'elettore moderato chiede alla Cdl di rimanere unita e non vuol essere tradito. È uno schema che stride con quello di Pier Ferdinando Casini: il leader dell'Udc pensa che i partiti debbano organizzare l'elettorato e scegliere il leader, dunque siano altrettanto importanti se non più, ma i due milioni di piazza San Giovanni contro i dodicimila di Palermo per i centristi sono un campanello d’allarme: l’elettorato moderato non gradisce le forzature e le differenziazioni ad ogni costo, pena la sua migrazione non verso altre sponde - gli elettori dell’Udc non voteranno mai a sinistra - ma verso altri leader che meglio lo rappresentano, lo interpretano e lo mobilitano idealmente.
È un problema che non riguarda soltanto Casini, ma anche altri illustri cinquantenni come Rutelli e Veltroni che - seguendo a ruota il progetto prodiano ancorato alla sinistra radicale - rischiano di perdere il contatto con la loro base sociale, il loro valore aggiunto rispetto alla sinistra tradizionale: il ceto medio.
Nel centrodestra, Gianfranco Fini è il politico che meglio ha finora interpretato questo passaggio fondamentale: il suo discorso di sabato non a caso faceva continuo riferimento alla diversità dei filoni culturali, all’unità della coalizione, alla necessità attuale di riconoscere Berlusconi come capo carismatico.
A questo punto ci si chiede: Casini è in un vicolo cieco? No, ha diverse porte aperte. Quella della Casa delle Libertà è sempre disponibile e Berlusconi ieri l’ha confermato ben sapendo che Casini per ragioni culturali ha sbagliato, ma che per dodici anni è stato un alleato affidabile.
L’altra porta è quella che conduce all’avventura solitaria, presentandosi come un’altra gamba di opposizione. Scelta rischiosa e minoritaria se l’Udc non riesce ad attrarre nella sua orbita i centristi che stanno a sinistra, Mastella, Dini, vari petali della Margherita. Solo a questa condizione la navigazione solitaria avrebbe qualche chance di andare in porto.
La manifestazione di piazza San Giovanni è stata uno spartiacque per il centrodestra: l’elettorato chiede un’azione corale e non divisioni, il rispetto dell’identità e un programma comune. Se queste sono le premesse, il passaggio obbligato è quello della nascita di una federazione, una tappa intermedia prima della costituzione di un partito unico, che avrebbe già una scadenza per un test significativo: le elezioni europee del 2009.
La federazione avrebbe il via libera di tutti i partiti del centrodestra, darebbe a Berlusconi la paternità di un nuovo progetto per suggellare un ciclo politico straordinario, aperto nel 1994 con la creazione di un centrodestra prima inesistente; a Fini il tempo di trasformare definitivamente An in un partito della destra europea (con l’ingresso nel Ppe); a Casini di restare nella Cdl senza imboccare il cono d’ombra del partito minoritario; a Bossi (che ha già detto sì) la possibilità di sfornare il futuro leader del partito-chiave del Nord.
Certo, una manifestazione come quella di piazza San Giovanni non dà la spallata al governo, ma chi pensa che sia l’exploit di un giorno che non lascia traccia, commette un grave errore. A sinistra, ma anche e forse ancor di più a destra.