Il primo piano di Ghittoni inquadra tragedie e incanti

Drammi popolari, paesaggi e soggetti religiosi sono visti in chiave fortemente impressionistica

La cosa che più predilige Francesco Ghittoni, pittore piacentino nato nel 1855 a Rizzolo, in comune di San Giorgio Piacentino, e morto nel 1928, è la messa a fuoco, per portare vicino, in primo piano, ciò che è lontano. È un procedimento semplice: prendiamo un dipinto emblematico come Lo sfratto. Noi siamo lì, davanti alla povera famiglia invitata a uscire dall'esecutore giudiziario, e vediamo i mattoni del pavimento sconnesso, uno a uno, con una quasi dolorosa evidenza. Ritroveremo questo effetto voluto (per ragioni emotive), con esiti iperrealistici, in due soggetti, l'un l'altro remoti, Il conte Ugolino e L'ambulanza, discretissimo racconto di una tragedia. Ghittoni rifugge dalla retorica, e concentra il dramma della follia nei movimenti lenti della povera donna accompagnata alla porta verso il suo tragico destino. La scelta di un viraggio quasi monocromo e di una luminosità lattiginosa, in un pulviscolo grigio, è di rara sapienza, e lascia intendere una riflessione sui classici, in particolare Piero della Francesca, condivisa con Degas e Seurat, a dire la dimensione europea, dissimulata nel linguaggio naturalistico, di Ghittoni.

Altrettale grazia troviamo nel pendant Fervide preci, di impeccabile composizione, così limpida e semplice da sfiorare la grazia e la declinazione teatrale di Vittore Carpaccio, in chiave disadorna, umilissima. Un rituale nella povertà. Ancora in tralice, invisibile ai più, il Piero della Francesca del Sogno di Costantino nella purissima elegia della povertà dignitosa. Inarrivabile l'eleganza di quella tenda sospesa e della veste tesa della sorella che osserva il fratello malato, e avvertiamo dallo sguardo di lui che lei gli parla. La caffettiera sulla stufa è un disadorno archetipo di Morandi, come la pentola in basso a destra. Ghittoni è asciutto, più sobrio, alieno da ogni retorica, anche in soggetti simili come il Giovinetto, falegname dormiente, Il medico di campagna, Interno di cucina povera, Senza tetto, o Doloroso addio. Nessun reale contatto con Gaetano Chierici e Giuseppe Bellei, ben più di lui illustrativi e descrittivi, anche dove il soggetto potrebbe suggerire una affinità o un contatto narrativo: L'onomastico del nonno, La visita alla nonna, o Il compito. Ghittoni non descrive, non narra, indica stati d'animo, condizioni interiori. Non è mai enfatico e retorico, così come appare anche nelle opere religiose: il San Giovanni Battista della chiesa parrocchiale di Santimento, dominante su una nuvola sopra la chiesetta protetta. E neppure nel Sant'Opilio della cappella del Seminario di Piacenza, con la bella soluzione del chierichetto stupito per l'apparizione degli angeli sulla mensa dell'altare. Più teatrali la Stella matutina, o l'enfatico Martirio di Sant'Eufemia, di armoniose gamme cromatiche.

Potente anche il Ghittoni ritrattista, quale si manifesta nei due statuari (e cari) ritratti dei genitori, di formidabile intensità espressiva, o nei numerosi e parlanti autoritratti, in diverse età della vita, o nel ritratto della amatissima e disperatissima moglie in condizione di puerpera. Come Degas, soccorre anche Ghittoni la fotografia per realizzare il ritratto dei coniugi Gandini in giardino, la sua famiglia Bellelli: è la «necessità» di verosimiglianza fisionomica e ambientale. Ma in lui, anche nella rigidezza fotografica, c'è sempre qualcosa di vero e di affabile. Assai originale ed efficace, peraltro, quando stende il colore di prima, come nell'ammirato e impressionistico (o macchiaiolo) ritratto del conte Francesco Caracciolo che sta dipingendo presso una finestra. Restano, infine, i paesaggi, le pagine di pura pittura, inevitabilmente più libere e moderne, di Ghittoni. Qui veramente, come fosse altri da sé, il pittore si distacca dalla sua tematica intimistica e populistica, pur nello straordinario (e consueto) controllo formale ed equilibrio compositivo, e alza un canto libero al paesaggio, in infiniti azzurri e siti remoti dallo sguardo, nella campagna piacentina. Il vedutismo di Ghittoni si articola in luoghi e stagioni felici, tra Torrano sul fiume Nure poco lontano da Grazzano Visconti verso Ponte dell'Olio, e Sori, tra Recco e Camogli, dove è ospite di Charles Bachofen, tra il 1895 e il 1896. È un momento di particolare ispirazione: Ghittoni dipinge proprio a Sori, con intatta memoria dei fatti, Fervide preci e L'ambulanza, nella occasione lontana ma vivissima della tragedia originata dalla malattia della moglie che, nel 1890, il 2 giugno, «sotto un improvviso accesso di mania, buttò il bimbo dalla finestra», raccontano le cronache, ed «era sua intenzione gettarvisi essa pure, assieme; e stava compiendo la pazza sua idea, quando il Ghittoni, che la sorvegliava, accortosene, fu lesto ad afferrare la donna, non il piccino, del quale gli rimasero nelle mani le fasce in cui era avvolto»...

Ghittoni è quasi intontito dal dolore, e, a Sori, lo rivive e lo riproduce nei due dipinti più intensi e puri che abbia concepito, in una luce ferma nella quale si sigilla l'indelebile presenza dell'episodio con le sue immediate conseguenze (riassunte nella parola: «ambulanza»). Ed è singolare che, nello stesso momento, Ghittoni, distaccato, contemplativo, dipinga le sue marine, a partire dalla attitudine romantica e pensosa, alla Friedrich, di un idillio come Sori vista da Sant'Apollinare, con il profilo della chiesa all'orizzonte. Il mare si apre davanti ai suoi occhi, come spazio del pensiero, interminato spazio, in una purezza che evoca i momenti più liberi di Francesco Loiacono e anticipa quelli più assoluti di Piero Guccione. Il piacentino Ghittoni, di fronte al mare, è sorprendente, quasi astratto, mentre non è alieno, quando ne distoglie lo sguardo, da emozioni proustiane e neoimpressionistiche, in interni e affacci su giardini alla Bonnard e alla Vuillard, come ne Il grande vaso sul terrazzo e ne Il salotto della villa Bachofen, a Sori. Ghittoni vede scogli, vele, bastimenti, su un mare calmo o mosso all'orizzonte. La luce si irradia in tersi idilli di pura poesia. Quella luce la ritroviamo anche nei paesaggi più riusciti dell'amata terra piacentina, nella trasfigurata Cascina vista dalla collina di Rizzolo e, soprattutto, nel «trittico» delle vedute della pianura di Torrano. Mirabile quella con l'albero fiorito, di eleganza quasi giapponese.

È questa, negli ultimi anni dell'800, la stagione premonitrice di Morandi, tra Rizzolo e il castello di San Damiano. Delicatissimi il Convento o le Case nel verde, vibranti più nella coscienza che nell'aria. Ed è lo spirito di questi dipinti, di soggetto inesistente, povere case abbandonate, a partire dalla prima del pittore a Rizzolo, quasi archetipo geometrico. Ma anche negli interni, come quello della cucina povera, e poi ne il Casotto di campagna, la Ca' d'miclein, le Nevi di marzo, il Castello di Gropparello, l'Ingresso del cimitero, le case di campagna presso San Damiano, la palazzina nel verde, Rovine, il convento di Rizzolo, e, ancora, la Chiesa e le Case presso Rizzolo, fino alla Nevicata, si respira un'aria morandiana, o proto-morandiana, alla Bertelli. Di questo prestigioso istinto pittorico, che si manifesta ritroso e sommesso, diede conto, tra i primi, lucidamente, Aldo Carpi, in occasione della grande mostra postuma del 1939: «È però necessario definire che la grandezza di Ghittoni il povero, il credente, il doloroso, è data dall'intimo intrinseco della sua pittura, dal modo come egli concepiva artisticamente i suoi quadri, dalla forza del suo disegno, dall'amore ai suoi modelli, uomini e cose, dalla coscienza d'avere, come artista, il dovere di dare all'arte ogni suo bene. Perciò non è tanto il soggetto religioso che conta per lui, quanto la religione che aveva per l'arte». E così sia.