Primogenitura, lo dice il libro di Tosco

Egregio dottor Lussana, le scrivo, anch’io come altri tifosi genoani, in merito agli articoli riguardanti il Vecchio Grifone. Analizzo punto per punto.
1)Per prima cosa, le chiederei di calare la «maschera» di romanista, per indossare quella, reale, di tifoso sampdoriano. Non c’è nulla di male ad ammetterlo, è sempre meglio che «nascondersi»... si figuri che uno dei giornalisti di punta della principale emittente di Genova e della Liguria, sempre al seguito dei blucerchiati, affermava, fino a qualche tempo fa di essere interista.
2) Lei si vanta di aver previsto, quest’estate, la retrocessione in serie C1 per illecito sportivo. Caro signor Lussana, le devo dare atto di aver indovinato. E di essere andato anche oltre (-3, -6 ecc.). Peccato, appunto che abbia solo che indovinato. Non la sto qui a tediare, gentile signor Lussana, con la sentenza della Disciplinare ritardata di tre giorni (e gli «spifferi» parlano di verdetto cambiato tre volte). Non le parlo delle telefonate (solo presunte?) di Galliani a Preziosi a fine giugno («tranquillo, il Genoa giocherà in serie A»), né delle tante previsioni («Serie A - 9 punti) che giravano negli ambienti calcistici... No, le ricorderò un’affermazione di Abbiati (ex portiere del Milan, portiere della Juve e della Nazionale, non un tifoso rossoblù nonostante l’inchiesta in corso perché «Galliani mi ha assicurato che il Genoa giocherà in serie A». Ha letto? Galliani, presidente di Lega, non un tifoso rossoblù o il direttore dell’edizione locale di un quotidiano. E le ricordo la campagna acquisti del Presidente (che ritengo comunque ampiamente responsabile di quanto è successo): Abbiati, Ojieer, Parisi, Markovic, Guidolin e altri. Acquisti da serie A, perché la serie A era stata «promessa».
3) Lei, continuando sulla sua linea, di giornalista comunque educato e competente, afferma che i tifosi genoani non devono illudersi né devono essere illusi in merito a un (teorico) ripescaggio in serie A a fine stagione. Le dico una cosa, anch’io reputo difficile questo ripescaggio, ma continuare a fare previsioni nefaste non porta da nessuna parte. Bisogna solo essere realisti, e raccontare i fatti. Nel 2003, Piero Sessarego, altro esempio di giornalista (educato e competente) che si spaccia per «neutrale», ma in realtà è sampdoriano, affermò: «Smettetela di parlare di serie B a 24 squadre, di Genova ripescato eccetera, la Federcalcio mai e poi mai cederà». Come è andata a finire, lo sanno tutti.
4) E infine un po’ di derby. I nostri cugini sono riusciti a dire che noi non siamo la squadra più antica, né quella che ha vinto il primo scudetto, né che siamo la prima squadra di Genova. È inutile dire che basta sfogliare almanacchi ufficiali per affermare che il primo titolo ufficiale è nostro, che fino al 1946 (!) le antenate della Samp non hanno mai giocato al Ferraris, che il primo scudetto sulla maglia (1924) lo ha messo il Genoa, che non sono mai stati, i «cugini», a differenza nostra, proprietari di uno stadio, che il campo di Marassi era detto «u campu du Zena». È inutile dire che nell’unico anno in cui, ultimamente, abbiamo fatto quasi gli stessi punti (Sampdoria uno in più), i tifosi genoani hanno fatto più pubblico. Inutile dire che a vedere la Samp (o il Doria) in Europa sono andati in 16mila, a vedere Genoa-Spezia (in C1) c’erano più di 26mila tifosi! E in quanto ai derby, loro ne hanno vinti di più (dal 1946 ad oggi, circa una decina), è vero, ma siccome che la nostra storia inizia nel lontano 1893 (o, se preferiscono, nel 1896, tanto cambia poco), noi abbiamo vinto 6 stracittadine più dell’Andrea Doria, 10 in più della Sampierdarenese, 1 in più del Liguria. Sempre, rigorosamente, almanacchi (l’ultimo, il dizionario di Bocchio e Tosco) alla mano. E parlo di partite di campionato, altrimenti il divario è ben più ampio. Questa è storia, anzi leggenda, le chiacchiere le lascio ai cugini, unica tifoseria che, anziché andare a seguire la propria squadra, preferiva gufare dalla propria gradinata gli odiati rossoblù. Accadeva alla fine degli anni ’70, quando «qualcuno» non aveva ancora, nonostante decenni di storia, vinto niente.