Prince, Bjork e Costello: idillio con Joni Mitchell

Anche James Taylor, Veloso, k. d. Lang e Brad Mehldau nel cd tributo alla grande cantautrice canadese

«Dubito che sarei mai diventata una cantante se non avessi incontrato Joni Mitchell», lo dice Annie Lennox, mica una qualunque. E infatti, della cantautrice canadese, rifà da pari suo uno dei capolavori, Ladies of the canyon, traendone una delle gemme più fulgenti di questo A tribute to Joni Mitchell omaggio alla grandissima artista da parte d’un cast da leggenda: Elvis Costello, Caetano Veloso, Brad Mehldau, Cassandra Wilson, k.d. Lang, James Taylor e perfino Prince, autore e interprete fin qui poco incline a far propria musica altrui.
Non era facile reinventare l’autrice di Woodstock stanandone e riproducendone, senza velleitarie digressioni, quello che ancora la Lennox definisce «il genio poetico del suo immaginario lirico». Qui ci sono riusciti quasi tutti, anche se quasi nessuno sceglie di trincerarsi dietro l’imitazione pedissequa, e la fedeltà alla lettera dei vari brani si salda con riletture spesso personalissime. Per esempio ecco Free man in Paris traslata da Sufjan Stevens in un clima parigino che pare intercettato da Gershwin, tra fiati e cori da music hall, un violino sommesso e un pianoforte chiacchierino, un vibrafono insinuante e insomma una reinvenzione che ad ogni strofa reinventa se stessa. Poi dall’Islanda arriva Björk e The bobo dance diventa un idillio metafisico, un sospiro subliminale acceso da rade impennate. E da Bahia Caetano Veloso ci invia un Dreamland lieve, antiretorico, di un’intensità sottopelle. Ma ecco Prince, grandissimo. Ricrea A case of you con uno stupore sognante, sorretto da un pianoforte assetato di melodia, un organo Hammond che ammicca da lontano e la voce androgina che si sdoppia in un gioco multiforme di voci, portento della tecnologia ma anche dell’estro. Un po’ come fa Sarah McLachlan nel trasformare Blue in magico idillio notturno, mentre Cassandra Wilson trae da For the roses un sussurro vibrante d’interiorità. Solo che poi irrompe, lo si è detto, la Lennox e l’album sfreccia verso uno dei suoi momenti più alti: lei è epica e lirica, disarmata e tagliente, affianca strumenti indiani e tradizione folk, concilia gli opposti in un equilibrio ardito. Dopo è meno facile emozionarsi per The Magdalene Landries, rifatta in maniera un tantino scolastica da una compita Emmylou Harris, e perfino per l’onesta, fluente, sicuramente ispirata Help me di k. d. Lang. Così come per River, che James Taylor interpreta con la calda finezza a lui abituale. Belle esecuzioni, va da sé. Ma se vuoi respirare l’aroma prezioso dell’eccezionalità, ecco il pianoforte di Brad Mehldau ricreare «l’unicità dell’approccio ritmico di Joni Mitchell alle melodie», dice lui stesso, e ancora «il magnifico sentimento di casualità, il controllato pathos, il senso di mistero della sua musica». Infine Elvis Costello fa sua Edith and the kingpin: con uno stile da film, tutto virate e colpi di scena, citazioni da Charlie Mingus, melodia che scivola serpentina e il magma policromo, continuamente cangiante che le sottendono corni, sax, clarinetto basso, flauti.