Il principe Amleto è rimasto senza parole

Approda questa sera sul palcoscenico dell’Argentina l’ultimo allestimento di Rigola dedicato a Shakespeare

La vita. La morte. La società odierna. La comunicazione. Sono questi i grandi temi che Álex Rigola - trentottenne regista catalano assurto a simbolo, insieme con altri artisti stranieri pressoché coetanei, di quella scuola registica capace di declinare la tradizione secondo canoni fortemente innovativi (se non addirittura audaci) - intende affrontare nel suo ennesimo allestimento ispirato al repertorio shakespeariano, atteso al teatro Argentina questa sera con unica replica domani.
Dopo averci affascinato con un «Giulio Cesare» molto fisico ed elegante e dopo averci catapultati nell’oggi con un «Riccardo III» visivo e postmoderno, è ora la volta di un principe di Danimarca sui generis già nel titolo, che suona «European house. Prologo per Amleto senza parole», dove l’esigenza di rilettura contemporanea sposa una ricerca molto coraggiosa anche a livello formale e stilistico. Qui, infatti, viene completamente messa al bando la parola e viene rappresentata una sorta di epopea familiare scandita in diversi quadri, all’interno della quale la trama della tragedia diventa il pretesto per stimolare una più ampia riflessione sull’autodeterminazione umana e sul grado di consapevolezza con cui gli individui affrontano la loro esistenza.
Chiusi dentro scatole di plexiglass che nel loro insieme ricostruiscono la sezione di una casa di tre piani, i personaggi agiscono «spiati» dal pubblico e, in questo gioco di rifrazioni, l’atto del guardare finisce inevitabilmente col farsi sinonimo di ritrovarsi, incuriosirsi, partecipare.
I gesti, i movimenti, le espressioni degli attori (assai ricco il cast utilizzato da Rigola) evocano una ritualità borghese dove però qualcosa di tumultuoso irrompe: la necessità di compiere scelte, di fare azioni.
E l’eroe moderno, che poco a poco emerge da questo affresco glaciale e intermittente (gli spettatori sono liberi di seguire ora questa ora quella situazione scenica), non potrebbe che parlarci di noi, della nostra fragilità, delle nostre possibilità, mantenendo nello stesso tempo la forza simbolica e universale del personaggio shakespeariano.
Tanto più che in silenzio tutto si compie, e che il silenzio sembra qui un suggerimento «rubato» proprio ad una delle più celebri battute del dramma.
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