Il principe e il giallo delle intercettazioni «incomprensibili»

Gli avvocati di Vittorio Emanuele: «Salti logici nel resoconto delle sue conversazioni in cella a Potenza». Oggi si decide sul divieto di espatrio

Gianluigi Nuzzi

Vittorio Emanuele potrebbe tornare agli arresti domiciliari. Il Pm di Potenza John Henry Woodcock attende infatti che la Cassazione discuta il suo ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame di Potenza che convertì i domiciliari in divieto di espatrio. Analoga impugnazione anche per il segretario del principe Gian Nicolino Narducci e il faccendiere Achille De Luca. La situazione assume contorni kafkiani se si considera che proprio stamane il Tribunale del Riesame di Potenza deve decidere se far cadere o meno anche il divieto di espatrio. Così oggi il principe potrebbe tornare completamente libero. Fino almeno alla Cassazione.
Sul futuro pesa comunque la controversa conversazione intercettata il 21 giugno sera nella cella del carcere di Potenza dove era detenuto. Per l’accusa l’erede al trono svelò i retroscena della morte di Dirk Hamer. I difensori sostengono che la trascrizione è incompleta. Con decine di parole segnate come incomprensibili, puntini di sospensione e mezze frasi. Gli stralci di questa conversazione sono già in libreria con «Pronto chi spia?», vademecum delle intercettazioni italiche che Aliberti Editore ha appena pubblicato. A parlare Vittorio Emanuele e tre coimputati e compagni di cella.
I quattro sperano di andare tutti rapidamente ai domiciliari. Se il primo, sembrano tutti d’accordo, sarà il principe poi seguiranno a ruota tutti gli altri, anche perché dicono «siamo tutti nella stessa barca». A un certo punto Vittorio Emanuele racconta la vicenda del processo per il giovane tedesco all’isola di Cavallo. Esordisce Vittorio Emanuele: «Io posso dire che Isolabella (storico difensore, ndr) è venuto al mio processo a Parigi e... il processo anche se io avevo torto... Allora prima hanno sequestrato sempre a me... allora ho cambiato sei persone dei giurati... perché io ho diritto di... non mi piace... di cambiare». Le frasi sono ambigue con dei salti logici. Anche se non si capisce come Vittorio Emanuele possa aver cambiato sei giurati. «Era una (parola incomprensibile) - prosegue la trascrizione - fatta di cacca (p.i.) con mio figlio a Milano. Faccio (p.i) ma io avevo un anno e mezzo. Allora... abbiamo cominciato da lì. Devo dire che li ho fregati (p.i.) eccezionale poi ha “pa” (fonetico), venti testimoni si sono affacciati tante di quelle personalità pubbliche. Il procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi, ero sicuro di vincere, ero più che sicuro». Insomma il tono di quel «li ho fregati» non è chiaro. Non si capisce se Vittorio Emanuele abbia falsato il processo o se sia frutto della soddisfazione di aver vinto. E prosegue il racconto: «Adesso che visualizzo, adesso chiediamo ai giurati di ritirarsi e rispondere su tre punti ”C’è stato un atto volontario del signor Di Savoia“, ”Il signor Savoia è responsabile della morte?“. ”Il signor Savoia aveva sì o no un’arma da fuoco“. Si sono ritirati. Due ore dopo sono arrivati lì. Il primo punto: ”Dal signor Savoia nessun atto volontario“. Secondo: «Il signor Savoia non è affatto responsabile della morte del tedesco». Terzo: «Sì è una carabina anteguerra. Accenna a ridere. Gli diamo sei mesi con la condizionale“. Sei mesi: c’era un’amnistia. Non l’hanno neanche scritto. Sono uscito». Poi la frase che compromette il principe: «No, io ho sparato un colpo così e un colpo in giù ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua che era...(p.i.) steso passando attraverso la carlinga. Pallottole Trentazerotre...».
Vittorio Emanuele racconta senza emozione. Cambia infatti discorso e torna al vecchio amore: «Allora dov’è questo whisky, ci facciamo questo whisky?». Il fedele Narducci cerca di sdrammatizzare: «Vuole assaggiare un po’ di acqua del rubinetto che è freschissima? È buona eh!». E il principe: «È l’acqua della montagna. Si può bere l’acqua così? (di rubinetto, ndr)».
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