Il principe sereno in cella: «Sono innocente»

Gianluigi Nuzzi

Nostro inviato a Potenza

«Mi servono altri indumenti». Misurata la pressione in infermeria, il principe è tornato in cella. Si è fatto prestare il sapone liquido da un altro detenuto. L'ha spruzzato sul colletto e sui polsini. Poi sfregando si è messo a lavare la camicia che aveva indossato nel peggior viaggio della sua vita. Dalla chiesetta dei santi Maurizio e Lazzaro vicino a Como, dove aveva donato una campana in un tranquillo venerdì sera di inizio estate, alle celle della casa circondariale di Potenza dove i cancelli si sono aperti alle 5.15. Il salto di oltre mille chilometri è tutto nel buio. Qui 220 detenuti, 20 donne, 2 ergastoli, 30 per cento extracomunitari e accuse d'associazione per delinquere, sfruttamento della prostituzione.
La cella è tre metri per quasi quattro, tra brandine, lavatoio e armadietti. Quello di Vittorio Emanuele è semivuoto. Il completo gessato grigio scuro, una cravatta blu appesi con cura. Indosso un paio di jeans di una marca sconosciuta e una maglietta a girocollo blu. Capi tutti acquistati in fretta in mattinata dagli agenti con i soldi prelevati dal «libretto» del detenuto Savoia. Viene aperto all'ingresso nella casa circondariale. Una sorta di banca interna. Sul libretto sono così finiti qualche centinaio di euro che il principe aveva in portafoglio al momento dell'arresto. «Tanto domani viene mia moglie Marina, mi porterà altri indumenti», confida a parlamentari come Emmidio Novi e consiglieri regionali come Sergio La penna e Francesco Mattia, che vanno a trovarlo. Non sa che sua moglie ancora sotto choc ha appena lasciato Milano per rincasare in queste ore a Ginevra. E pensare che volevano andare come al solito all'isola di Cavallo, dopo le bocche di Bonifacio in Corsica, con gli amici, tra feste e robusti aperitivi al piano bar del Des Pecheurs. Niente, il sostituto procuratore John Woodcock ha alzato un muro d'accuse per 2.125 pagine d'ordinanza d'arresto. Che fanno reagire Vittorio Emanuele in maniera composta, senza lacrime. Certo ci sarebbe da dire accuse impensabili per un reale, ma l'erede senza trono si mostra «padrone della situazione», tanto da sorprendere chi, come il direttore Francesco De Martino, di detenuti ne accetta e congeda centinaia ogni anno. «Sono innocente, è un castello di falsità», afferma a chi lo incontra. Ma senza drammi, crolli emotivi. Senza disperazione. Ecco, pacato. Rifugiandosi poi in piccoli sapori e piaceri: «Si mangia bene qui sa? - afferma -. Ottima frutta. E mi trattano davvero con cura, sono tutti gentili. La dottoressa mi ha misurato la pressione. Tutto in regola». Ma è una calma che chi lavora in carcere conosce bene. È l'adrenalina del momento. Apparenza, contenimento. E poi i più hanno un crollo, fisico, psicologico. La sorveglianza su Vittorio Emanuele è discreta ma continua. L'agente della penitenziaria ogni tanto passa dalla cella e butta l'occhio per vedere che tutto vada bene. Appena arrivato per ambientarsi con i ricordi e il presente dietro le sbarre, il direttore lo fa lasciare oltre un'ora da solo, in una cella singola. Poi le prime visite. C'è anche chi gli ricorda che a una manciata di chilometri c'è un paesino che porta lo stesso nome del re, Savoia appunto. E lui sorride: «Non ero mai stato a Potenza in vita mia - racconta -, ma appena uscirò andrò a vedere questo centro, Savoia di Lucania dice? Sì quando torno libero passerò da lì».
Già, Principe ma quando uscirà? Se lo chiede soprattutto l'ultimo soldato del Regno. Ha 74 anni e si chiama Rocco Gravina, i pantaloni verde marcio di flanella bucati, le scarpe impolverate. È da dieci ore che poveretto fa avanti e indietro davanti al carcere. È una guardia scelta dell'istituto nazionale Reali Tombe del Pantheon, ci dice impettito. Insomma, i fedelissimi della Corona. Appena intravede qualche collaboratore del Principe si mette sull'attenti con il saluto militare che taglia l'afa. Saluta così Filippo Bruno di Tornaforte, il segretario della fondazione di Emanuele Filiberto a Venezia. I due si sentono decine di volte. A ogni indiscrezione, mezza voce. E la guardia del Pantheon sorveglia. Se ne infischia delle accuse pesantissime cadute con il gip che lo inquadra in una «holding del malaffare». Se ne infischia che il figlio del re d'Italia nemmeno può vederlo, con la cella che s'affaccia sui sassi e le curve dolci delle colline. Lui se ne sta sdraiato in branda dopo il viaggio, dopo l'ufficio matricole con i momenti più fastidiosi, le impronte digitali, le fotografie. Frontale, profilo. La visita medica e il colloquio alle 11.30 con il direttore del carcere. Vademecum del detenuto, doveri diritti. Uno tra tutti: due ore di libertà per sgranchirsi al giorno. Ma non ora. Aspettiamo l'interrogatorio, «Chiarirò, chiarirò ogni cosa», risponde ottimista come se la pesantezza delle contestazioni fossero sbriciolabili con poche efficaci spiegazioni. Ma ci penseranno gli avvocati, da domani lunedì, a passare in controluce le accuse.
Vittorio Emanuele dei quasi mille libri della biblioteca proposti dall'educatore sceglie con cura tre saggi di storia e un libro sull'aviazione militare. Se li sfoglia prima di appisolarsi. In dormiveglia quando passa don Angelo, il capellano dell'istituto. Ma Vittorio Emanuele riposa. Si incontreranno oggi.
È detenuto nel terzo reparto della casa circondariale, al primo piano, dove vengono rinchiusi i «giudicabili», quelli che devono ancora essere processati e vivono il limbo incolore della carcerazione preventiva. Fine pena? Non si sa, vedremo. Intanto ci saranno le colate delle intercettazioni sui giornali, accuse e rimpalli, fanghi e verità, giusto così per dimenticare lo scandalo del calcio. Potenza sembra però indifferente a tutto ciò. Pochi curiosi, nessun vessillo monarchico. Certo i tricolori esposti dalle finestre rallegrano i palazzi. A decine, centinaia, sventolano al primo soffio. Ma non portano impresso lo stemma centrale, nessuna melanconia. Sono semplici bandiere della Repubblica. Stasera si tifa Italia anche qui, in tutta la città lucana. E anche in carcere nelle celle dei detenuti comuni si trattiene il fiato davanti a Toni, De Rossi, Totti. Ma lui no, Vittorio Emanuele non può leggere quotidiani, riviste o smanettare con il telecomando. Niente tv fino all'interrogatorio. Spegne la lucina della branda e si mette su un fianco. Niente Italia.