Principe Umberto, il volto istituzionale dei comunisti

È come un luogo comune, una frase fatta, una parola che se ne tira dietro un’altra: le località sono sempre ridenti, l’allarme è vivo, il bottino magro oppure ingente, e Giorgio Napolitano è immancabilmente il migliorista. Cioè il riformista, o il più a destra dei comunisti, come a volte nel passato veniva spregiativamente definito. Migliorista e collaboratore del Migliore, cioè di Palmiro Togliatti. E «amico», o forse meglio «non nemico» di Bettino Craxi in una stagione in cui il leader socialista era fumo negli occhi della dirigenza comunista.
Giorgio Napolitano, un riformista vecchio stampo, ex presidente della Camera, primo ministro dell’Interno proveniente dal Pci, senatore a vita e quindi teoricamente «super partes» (o «osservatore esterno» come ama definirsi), viene candidato dal centrosinistra al Quirinale per succedere a quel Carlo Azeglio Ciampi che gli ha regalato il laticlavio. La faccia più presentabile dei Ds per quella sua compostezza innata, il puntiglio, la pignoleria, l’amore per la diplomazia, la ritrosia davanti alle guerre da guerreggiare, il parlare pacato, il contegno dai tratti quasi nobiliari, tanto che fu soprannominato «Principe Umberto» al quale assomiglia anche un pochino.
Compirà 81 anni il prossimo 29 giugno, e questo aggiunge saggezza e autorevolezza. Di recente ha pubblicato da Laterza un’autobiografia politica intitolata Dal Pci al socialismo europeo, raccontando il suo percorso politico e intellettuale. Un testo placido e posato come il suo autore, «senza peccati d’omissione ma anche senza rivelazioni sconvolgenti - scrisse Paolo Franchi - così come d’altronde era largamente previsto da amici e compagni».
Con Napolitano, il centrosinistra passa dal sanguigno D’Alema, sarcastico e spigoloso, a un uomo che pure si iscrisse al partito comunista nel 1945 ma ha costruito tutta la sua carriera politica nel tentativo di gettare ponti verso l’altra parte. La sua ultima intervista, rilasciata all’Unità il 15 aprile scorso, ne rappresenta una sintesi perfetta. Il titolo è «Il bipolarismo non è guerra di schieramenti» e il testo è tutto un’apertura al centrodestra, forse proprio in vista di una convergenza per il Colle: «Legittimazione reciproca nella differenza dei ruoli», «sulla presidenza di una delle due Camere la porta non è chiusa», «il centrosinistra non deve dare segni di arroganza ma assumersi le sue responsabilità per governare», «dev’esserci dialogo e riflessione sul documento di programmazione economica e finanziaria».
Aveva fatto la Resistenza non ancora ventenne. Dopo la guerra fu segretario federale a Napoli e Caserta. Entrò in Parlamento nel 1953 per non uscirvi più. Ebbe incarichi nel partito, fu capogruppo del Pci e parlamentare europeo. Nel 1992 ereditò la terza carica dello stato da Oscar Luigi Scalfaro, che dalla presidenza della Camera fu eletto a quella della Repubblica, ma la tenne per soli due anni nella legislatura affossata da Tangentopoli. Nel 1996 entrò nell’esecutivo Prodi, titolare del Viminale, primo non democristiano dal 1946 dopo Roberto Maroni: il suo nome si legò a quello di un altro ministro diessino, Livia Turco, promotori della prima legge che regolamentava i flussi di immigrati in Italia. Inventò i centri di permanenza per i clandestini, le strutture odiate da Rifondazione che invece Napolitano ha sempre difeso con decisione.
Ma il suo nome è legato soprattutto ai lunghi anni in cui criticò da destra il centralismo democratico che prevaleva nel Pci. Con Amendola, Macaluso e Chiaromonte osò creare una minoranza interna nel monolite rosso, si scontrò con Pietro Ingrao, prese le distanze dall’Unione Sovietica nel 1968 dopo la repressione della primavera di Praga, ebbe rapporti freddi con Enrico Berlinguer ai tempi del duello con Craxi. Fu addirittura accusato di «intelligenza con il nemico» o di essere una specie di cavallo di Troia che trasportava gli avversari nel cuore del partito comunista. Anni difficili, di sospetti e veleni, che Napolitano attraversò sempre con il suo stile misurato. «Avevo maturato cultura istituzionale e senso delle istituzioni assai più di quanto oggi avversari faziosi del Pci e degli ex comunisti possano immaginare», ha spiegato anni dopo. Sembra il ritratto del più importante inquilino del Quirinale. Meglio, l’autoritratto.
Stefano Filippi