La principessa delle cosche: «Mia nonna, boss di Milano»

«La Di Giovine Connection operava a pieno ritmo dal quartiere generale di piazza Prealpi. I fornitori trattavano direttamente ed esclusivamente con la famiglia, altrimenti erano guai. Quando uno dei loro spacciatori tentò di mettersi in proprio, nonna impartì un unico ordine: “Uccidetelo”. Fu assassinato nel giro di ventiquattr’ore».
I cronisti di nera non se ne abbiano a male: ma il racconto più vero, il ritratto più fedele non solo dei fatti ma anche delle persone e degli umori della Milano criminale lo ha scritto un inglese. Si chiama Douglas Thompson, e ha raccolto in 255 pagine la storia di una ragazza dai capelli biondi, mezza inglese e mezza calabrese, cresciuta con un piede a Blackpool e l’altro a Milano. Non una Milano qualunque: piazza Prealpi, la piazza dove per un ventennio ha regnato il clan Di Giovine. Del clan, Marisa era una rampolla a tutti gli effetti: nipote di Maria Serraino, la matriarca indiscussa, donna affettuosa e feroce. Dal suo appartamento di via Cristina di Belgiojoso, la matriarca regnava su un impero di morte, di nipoti, di riti. «La nonna - racconta Marisa - ci faceva anche lavorare. Così come aveva insegnato a mia madre prima di me, mi insegnò a cucinare la trippa (che odiavo), le polpette con il sugo, i carciofi ripieni, il risotto, il pane e le torte. Comprava cassette di fichi d’India e passava le ore a togliere le spine, succhiandosi il dito ogni volta che lo pungeva. La “signora Maria” era una contraddizione vivente. Se qualcuno la contrariava era solita rispondere a viso aperto: “Che problema hai? Vuoi finire ammazzato?”. E poi passava ore a pulire i fichi d’India, casomai uno dei figli ne volesse uno quando veniva a cena».
Dei tanti figli, tutti scellerati o disgraziati, di Maria Serraino, la ragazza del libro ha avuto per padre il più allegro, il più sveglio, il più simpatico, il più pericoloso: Emilio, narcotrafficante ed assassino, che nel giugno 1991 mise in piedi l’evasione più spettacolare che Milano abbia mai visto, comprando secondini e medici per farsi ricoverare al Fatebenefratelli e da lì fuggì mitra in pugno. Eppure non era una lucida, perfetta macchina criminale, quella che - così come la racconta Marisa al giornalista inglese - regnava in quegli anni su piazza Prealpi. Certo, c’era Emilio, il fuoriclasse, capace di muoversi in tutto il mondo come se fosse casa sua. Ma dietro di lui c’è una mandria di pazzi strafatti di cocaina, pronti ad ammazzare per un nonnulla, eppure in grado di imporre le loro mani sul mercato. É un libro scritto in inglese per gli inglesi, e forse per questo è privo di reverenze: verso grandi nomi della malavita milanese, che ne escono un po’ malconci, ma anche verso le forze dello Stato, perché a leggere le vicende della famiglia Di Giovine sembra che buona parte della sua libertà di azione sia dipesa, oltre che dalla potenza militare, dalle bustarelle passate a giudici e poliziotti.
Del suo papà affascinante e terribile, Marisa parla con amore e rancore, ma senza bisogno di ingigantire nulla. Perché davvero Emilio Di Giovine era mille miglia avanti, dal punto di vista mentale, rispetto ai tanti buzzurri dell’onorata società. «Sarei anche potuto diventare un mafioso, volendolo», aveva detto il boss ad un reporter precocemente calvo, dalla gabbia, nella pausa di un processo, «ma chi me lo fa fare? I mafiosi fanno una vita pazzesca, piena di regole: e non fare questo, e non fare quello. Io sono una testa matta, un avventuriero». E da avventuriero, Emilio ha vissuto davvero: fino al colpo più folle di tutti, quello di pentirsi appena prima di venire scarcerato, non per bieco calcolo ma per amore di una ragazza.
Prima di lui si era pentita sua sorella Margherita - la prima a saltare il fosso, devastando il clan - e poi cugini, cognati, gregari. Chiusa nell’appartamento di via Cristina di Belgiojoso, tra i suoi profumi, le sue collane, i suoi apparecchi contasoldi, vecchia, malata e sempre più sola, è rimasta la matriarca, Maria Serraino, ad assistere al disfacimento del suo impero. «Brutta puttana!», ha gridato Maria alla figlia pentita, la prima volta che l’ha vista sedersi sul banco dei testimoni. Ed all’autunno della matriarca il libro della nipote dedica uno dei passaggi più inquietanti. «Un gruppetto di ragazzini appena ventenni, nostri parenti, andarono a trovare la nonna in piazza Prealpi. Non erano lì per interessarsi dei problemi di salute che stavano per spegnere la sua vita. Erano andati per discutere dell’omicidio di mio padre e di mia zia Rita. Volevano assassinarli perché erano diventati dei collaboratori di giustizia. Se ho imparato una lezione dalla mia vita dentro la ’ndrangheta, è che il vero potere è nelle mani di chi ha le armi. E le armi ora sono nelle mani di questa nuova generazione dei Di Giovine-Serraino, pronti a scatenare l’ennesima guerra».
Maria Serraino è ancora viva e abita ancora in via Cristina di Belgiojoso. Emilio Di Giovine vive libero, con un nuovo nome. Sua figlia Marisa è andata a vivere in Inghilterra. Il suo libro si chiama «L’intoccabile», ed è stato pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer.