La principessa di Versace è una creatura dadaista

Daniela Fedi

da Milano

La regina e il suo principe si sono inchinati solo per un attimo alla stella di Gianni Versace, l’unica che davvero brilla nell’immensità fisica del cielo. Tutto il resto è stato festa con tanto di risate e discussioni fino al mattino perché Donatella voleva come al solito esagerare con i decibel della musica in sala, mentre Prince che ha composto apposta per lei la colonna sonora dell’indimenticabile sfilata, insisteva per abbassare il volume. «È una questione di educazione: abbiamo il compito d’insegnare ai giovani come ci si comporta» ha detto il folletto di Minneapolis, un musicista così grande e completo da meritare l’appellativo di «Piccolo Gershwin». «Ci siamo azzuffati durante le prove - racconta lei - facendo poi ridere tutti i presenti perché anni fa l’ho presentato al principe Carlo dicendo “Prince, this is Prince” e lui, ricordando l’episodio, pretendeva di farlo venire alla sfilata». Mancava solo l’erede al trono d’Inghilterra per aggiungere regalità alla collezione che ieri sera ha definitivamente incoronato Donatella tra i pochi grandi creatori a cui non serve copiare Gianni Versace per rendere le donne moderne principesse di bellezza. «Oggi per essere sexy non occorre strizzarsi dentro un bustier» sostiene infatti la stilista. E per la primavera-estate 2007 propone abiti con la seducente linea a sacchetto che scende dritta come una matita senza segnare le curve del corpo, oppure con la bellissima forma a uovo lanciata a suo tempo da Cristobal Balenciaga trattenuta però all’altezza del seno da un nuovo corsetto che cambia radicalmente le proporzioni. L’effetto è sorprendente anche perché siamo nella casa di chi ha incantato il mondo con i suoi modelli da sirena. Eppure questi vestiti cortissimi ma anche lunghi fino ai piedi ottengono lo stesso effetto con una nuova dolcezza che parla un linguaggio squisitamente femminile. Anche nelle stampe si può parlare di evoluzione nel rispetto della tradizione Versace: blocchi di colore e grafismi ispirati dalla pulizia del design scandinavo al posto delle volute barocche e delle greche di 20 anni fa. Per quel che riguarda la sera siamo quasi nelle astrazioni dadaiste perché la stilista ha usato le lastre di acetato con cui in genere si fanno le paillettes per costruire la forma stessa degli abiti che diventano quindi sculture da indossare ma non trasformano le donne in belle statuine che non possono ballare nemmeno mentre suona un genio come Prince.
Diversissimi, ma ugualmente donanti e meravigliosi i modelli da sera di Ferrè che sembravano costruiti con tre scialli da zigana appena annodati sul corpo, mentre invece erano un capolavoro d’ingegneria sartoriale perché le frange ricadevano sempre al posto giusto, le porzioni di pelle scoperta erano ampie ma mai troppe e i colori si fondevano l’uno nell’altro come per magia: dal nero al verde chartreuse passando per il rosso-fuoco. L’architetto-stilista nel suo composto peregrinare tra forma e sostanza ha offerto una sublime lezione di stile anche nei modelli da giorno ispirati tanto dalla tradizione sportiva quanto da quella marinara dell’Atlantico. «Il futuro sarà una gara tra l’educazione e la catastrofe», diceva un grande scrittore di fantascienza come Ray Bradbury. E Ferrè che è una delle poche persone veramente educate nel mondo della moda italiana, ha dimostrato che le gambe scoperte da una gonna corta in chiffon gessato a pieghe oppure dal semplice pagliaccetto in cotone bianco da camicia maschile, possono esprimere dinamismo, mai volgarità. Ottima prova anche da Ermanno Scervino soprattutto per quel che riguarda la prima parte di una sfilata ispirata dall’amore per lo stile gauchos di Diana Vreeland, l’iconica direttrice di Vogue America che divenne curatrice della sezione costume del Metropolitan museum. Niente di etnico, quindi, ma un omaggio molto sentito a quella terra di passioni che è l’Argentina e alla misurata eccentricità delle donne davvero eleganti. I pezzi più belli erano: un piccolo gilet fatto di fettucce in daino da guanto intrecciate con corde militari, i molti giubbini e le gonne di pelle laserata, tutte le camicie bianche ricamate e i pantaloni da cavallerizzo delle Pampas portati però con spettacolari sandaletti a tacco alto trattenuti sul piede solo da una catena. Meno coordinata la parte finale della sfilata nonostante l’innegabile bellezza degli abiti da sera rossi come il rossetto della Vreeland fatti da mille petali di danzante chiffonn.