Un principio attivo da prendersi a domicilio consente di disintossicare i tossicodipendenti

La parola d'ordine è fiducia, quella che ha rivoluzionato l'approccio alla cura dei tossicodipendenti che cercano una via d'uscita dal tunnel della droga. Il numero di quanti si curano a casa con un farmaco che sostituisce gli stupefacenti, infatti, è passato dal 61 per cento del 2008 al 75 per cento di quest'anno: significa che, in media, oggi ben tre pazienti su quattro gestiscono la terapia a domicilio, in totale autonomia. Dunque niente più lunghe file quotidiane ai Ser.T., dove oltre la metà dei tossicodipendenti (il 53 per cento) va a ritirare i farmaci giusto una volta a settimana. E, di riflesso, maggiori possibilità per loro di inserirsi nel contesto sociale e di trovare un lavoro stabile, insomma di condurre una vita normale. A scattare una fotografia così incoraggiante della situazione italiana è una ricerca condotta da GfK-Eurisko su un campione di 100 medici che operano nei 605 servizi pubblici per le dipendenze sparsi sul territorio. Il fenomeno è più diffuso al Sud e sulle Isole, dove tocca quota 84 per cento; è allineato alla media nazionale nel Centro Italia, mentre è più contenuto nel Nord-Est, dove la terapia domiciliare è riservata al 60 per cento dei pazienti, e nel Nord-Ovest, dove si ferma al 57 per cento.
Il rischio dell'affido, da sempre, è stato quello dell'uso improprio del medicinale sostitutivo, a partire dai timori dell'ingestione accidentale dai parte dei bambini, fino alla deriva tipica, quella dello spaccio. Ma qualcosa è cambiato perché, accanto al classico metadone, sono state introdotte nuove terapie, come l'associazione di buprenorfina e naloxone, che si assume per via sublinguale. Le sue caratteristiche sono tali da rendere il farmaco «poco appetibile sul mercato nero. Non procura piacere, anzi se viene iniettato crea una situazione di fastidio», come spiega Lorenzo Somaini, dirigente medico dell'Asl 12 Piemonte. Di più: «Comporta una probabilità ridotta di andare incontro a overdosi letali». «Nella maggior parte dei casi - aggiunge Isabella Cecchini, direttore del dipartimento ricerche salute Gfk-Eurisko - i medici interpellati concordano sul fatto che la superiore sicurezza di questa terapia facilita l'affido». I benefici sono evidenti anche dal punto di vista gestionale, visto che i costi a medio e lungo termine si riducono e ci si può dedicare ad attività alternative spesso poco favorite per mancanza di mezzi, come il supporto psicologico e la riabilitazione.