Ma il principio è la fine della speranza

Caro Quagliariello, capisco il suo punto di vista ma non lo condivido. Lei da professore e da buon liberale difende le garanzie a tutela dei cittadini e tiene fede a un impegno a favore dello Stato di diritto e contro gli abusi di certa magistratura. In linea teorica ha ragione, in pratica no. In questo Paese i principi sono stati gettati alle ortiche da molti anni e con essi anche la linea di demarcazione fra politica e magistratura, travolta da una furia giustizialista che non ha giovato al semplice cittadino, ma è servita solo a rafforzare il potere delle toghe, divenute nel tempo - esse sì - una casta intoccabile e infallibile. Per smantellare questo potere vero – per tener fede alla volontà popolare che si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati – non servono le affermazioni di principio, ci vuole il coraggio. E che coraggio possono avere funzionari di partito impauriti e intimiditi dalle inchieste? Che forza può avere una casta ricattata e ricattabile?
Lei dimentica un aspetto fondamentale della nostra storia passata. Mentre la maggioranza dei partiti della prima Repubblica veniva spazzata via dalle indagini, uno solo si salvò, ossia l’erede del Pci. Una salvezza garantita non già dalla coscienza immacolata, ma dalla vicinanza al partito delle toghe. I pronipoti di Togliatti furono graziati, ma rimasero prigionieri nelle mani di un gruppo di magistrati che continuano a condizionare la vita politica. Il nodo non sciolto di quella stagione, le verità inconfessabili del passato seguitano a pesare. Non credo, caro professore, che le sia sfuggito un dato, ovvero che mentre le richieste della Procura di Milano a proposito di Fassino e D’Alema giungevano alla Camera, in Parlamento la sinistra cancellava l’unico tremulo tentativo di riforma della giustizia che sia stato varato negli ultimi anni. La legge Castelli non era certamente perfetta. Non risolveva il problema della separazione delle carriere tra pm e giudici, ma cercava almeno di introdurre qualche miglioramento nella preparazione dei magistrati: l’idea di una scuola, di un concorso e di un esame erano poca cosa, ma almeno erano qualcosa.
Mentre infuria la bufera giudiziaria attorno ai capi della sinistra, un governo che non è in grado di varare uno straccio di riforma delle pensioni e nemmeno di far partire il treno dell’alta velocità è riuscito invece a riportare indietro le lancette dell’orologio della giustizia, un cronometro in ritardo di anni, anzi di decenni. La maggioranza ha ceduto al volere dei giudici, ma a pagare saranno i cittadini. Nei tribunali continueranno a essere calpestati i diritti della difesa, nessuno avrà il potere di sanzionare le toghe che sbagliano o che non lavorano. Gli avvocati hanno protestato e scioperato contro questa controriforma, ma nessuno li ha ascoltati e ora nelle aule giudiziarie lo saranno ancora meno. Che dirà, caro professore, ai cittadini che non otterranno giustizia? Che racconterà a quegli imputati che non saranno considerati innocenti fino a prova contraria? Come si giustificherà di fronte alle migliaia di persone che vivono nel limbo giudiziario?
Spiegherà loro che per difendere un principio ha preferito che si perpetuassero le ombre sulla politica italiana? Aggiungerà che in nome della privacy e della tutela delle prerogative parlamentari lei ha lasciato che il ricatto inespresso che grava su parte della sinistra continuasse? No caro prof. Io le lascio la sua coerenza, le riconosco che ha dalla sua tutti i suoi bravi principi liberali, ma preferisco che questa classe politica faccia luce sulle proprie ombre, liberando il Paese dall’oscurità. Per questo mi auguro che alle telefonate di Fassino e D’Alema sia tolta l’«immunità». I capi della Quercia saranno anche immacolati come dicono, ma il loro professato candore non basta a illuminarci.