Tra privacy e stampa libera vince la censura

Fra i lettori delle Cronache bizantine ce ne sono che mi seguono con pareri, e consigli, dei quali sono loro assai grato. Negli ultimi tempi l’argomento preferito è stato quello dell’ultimo scandalo definito, con un neologismo ormai tedioso, Vallettopoli. Diversi interlocutori si dicono infastiditi, oltreché dalla mediocrità volgare delle vicende raccontate, dal tono virtuoso col quale certi giornali ne danno conto, con dovizia di particolari, ai loro lettori. Fino a pensare di salvarsi l’anima nel momento in cui - incappato nel frullatore delle notizie un uomo del potere - tutti, o quasi, ne hanno raccontato le vicende, vere o presunte, omettendone però il nome. Noto a loro, e a tutti risultando dalle registrazioni messe a disposizione, come sempre, dalla magistratura. Alcuni, poi, dando lezione di giornalismo alla rovescia, se la sono presa con il nostro giornale che ha deciso di dare tutte le informazioni, compreso il nome del potente di turno.
Giulio Anselmi, direttore della Stampa, ha taciuto il nome di Sircana ma ha molti dubbi su tante solidarietà nel giornalismo per il politico nelle quali «possono esserci entrati rapporti di conoscenza, di frequentazione, di alleanza, in qualche caso di amicizia». Non sono le ragioni peggiori, caro Anselmi. Conoscendo certe abitudini, insisterei più sulla alleanza, politica, e sul pregiudizio di parte che così spesso, da noi, si trasforma in faziosità bella e buona.
In effetti ha stupito, dai lettori di queste cronache al direttore della Stampa, il diverso trattamento fra le attenzioni riserbate al Sircana, responsabile primo e nominato sul campo dal premier Prodi capo dell’informazione del governo tutto, e quello negato invece a nomi di sportivi, gente dello spettacolo, di personaggi dediti al commercio e agli affari. Fino a rivelare il prezzo di una serata in compagnia di una starlette, e di un weekend in barca con un’altra. In nome del rispetto della persona umana, e della donna.
Ma chi ha stupito di più il cronista con decenni di esperienza è stato l’intervento del Garante della privacy, dottor Pizzetti, che dopo un lungo silenzio si è deciso a parlare emanando un editto che commina pene anche carcerarie «da tre mesi ai due anni», a chi pubblichi «informazioni che si riferiscano a fatti o condotte private che non hanno interesse pubblico», nonché «dettagli e circostanze eccedenti rispetto all’essenzialità dell’informazione». Ben detto, e però, dacché esiste una libera stampa in ogni parte del mondo, a decidere ciò che ha «interesse pubblico», e fin dove arrivi o si arresti l’«essenzialità dell’informazione» è il giornalista, e in ultima istanza il direttore del giornale che ne assume la responsabilità. Da oggi, a decidere dovrebbe essere il Garante della privacy, nominato dal potere politico.
Ad aggravare l’editto, e a conferirgli un carattere smaccatamente politico, è il fatto che la presa di posizione del Garante sia venuta immediatamente dopo che un servizio giornalistico ha riguardato, a torto o a ragione, un uomo di primo piano nel governo. Il Garante, insomma, ha taciuto finché gli scandali trattati dai giornali avevano come protagonisti personaggi privi di ruoli di carattere pubblico e politico, e pateticamente indifesi come certe starlette. Le mani del Garante incaricato di tutelare la privacy del cittadino si sono mosse, e con una pesantezza del tutto inedita, solo quando a essere messi in discussione sono stati i comportamenti di personaggi facenti parte del potere politico.
Non può essere un caso, e non lo è. E ciò impone a chi abbia a cuore le sorti di una stampa libera, e dunque della democrazia, di far sentire la loro voce. Non conto sul sindacato dei giornalisti, inquinati largamente da una scelta politica partigiana.
a.gismondi@tin.it