Privacy, se lo Stato è troppo Garante

Il medico fiorentino si era specializzato in oncologia a Lubecca. Così almeno raccontava ai suoi pazienti. Due li ha spediti anzitempo al Creatore sostituendo le terapie canoniche con un po’ di omeopatia e pastiglie di vitamina C. I dubbi e le indagini dei parenti hanno smascherato, pochi giorni fa, l’ennesimo falso medico, confermando una volta di più che da noi il titolo di dottore in medicina è attestato dal camice che si indossa, la laurea è un optional.
Gabbare il prossimo è fin troppo facile se per legge la domanda di iscrizione all’Ordine dei Medici funge da autocertificazione. Qualche verifica la si fa, ma, come dispone la legge, solo a campione. La cosa non piace a tutti, tanto che alcuni Ordini provinciali procedono viceversa a un controllo sistematico della conseguita laurea in Medicina da parte di chi richiede l’iscrizione.
È di tutta evidenza d’altra parte che in un Paese dove si falsifica con ricorrente abilità anche la carta moneta, non è un problema compilare un diploma di laurea fasullo. Controlli specifici non risulta li conducano neppure gli Ordini degli avvocati e di altre categorie professionali. Se poi si considera l’esercito di generici dottori che fruiscono del titolo pur avendo visto l’università col binocolo ci si rende conto della facilità di equivoci e raggiri che a volte portano a conseguenze serie.
Eppure basterebbe poco, basterebbe che gli elenchi dei laureati di tutti gli atenei, d’Italia e d’Europa, fossero realmente pubblici, consultabili con una semplice ricerca su Internet. Se il dottor Mario Rossi mi propone una cura, l’avvocato Luigi Bianchi mi offre un qualsiasi patrocinio, il commercialista Antonio Verdi mi stende un ricorso fiscale, io debbo essere in grado di verificare immediatamente, per quel che posso, almeno i fondamenti della competenza professionale di cui intendo avvalermi. Ci sono insomma dati personali che debbono doverosamente essere di pubblico dominio, e ciò per ragioni evidenti. Dovrebbero, perché dilaga ormai ovunque questo paradossale feticcio della privacy. Perfino i santuari bancari zurighesi hanno dovuto abbassare qualche barricata mentre da noi alla chetichella se ne elevano di nuove giorno dopo giorno. Una un po’ bizzarra è ad esempio quella eretta da un decreto del 2003 che cancella dalle liste elettorali titolo di studio e professione dei candidati. Per cui se io desidero mandare in Regione un valido tributarista o un esperto in Sanità rischio di votare per un giostraio o un callista.
Applicata all’anagrafe questa nuova moda della privacy arriva poi a sfiorare il grottesco: su nascite, morti e matrimoni, ammettono all’unisono Consiglio di Stato e Garante, non c’è motivo di opporre la privacy, ma il Comune non è tenuto a darne notizia ai giornali. Siccome il meccanismo fa un po’ a pugni con la logica aristotelica, specie per gli atti di matrimonio necessariamente preceduti da affissione all’albo comunale, si spiega che il compilare elenchi non è previsto dalla legge e porterebbe comunque un sovraccarico di lavoro agli uffici comunali. Ma se gli stessi non si oppongono, perché mai lo fa il Garante? Risulta d’altro canto arduo definire «sovraccarico di lavoro» l’estrarre un tabulato dal computer.
Mette un po’ di tristezza questo incombente modello di comunità svizzera dove il principio del farsi i fatti propri si sedimenta di giorno in giorno. Ma è poi così deleterio condividere la gioia di una nascita e il dolore di una scomparsa? Ci ridurremo a celebrare battesimi e funerali alle cinque del mattino con barba e baffi finti?
Questa dilagante moda della privacy probabilmente va riducendo gradualmente ai minimi termini anche quel principio della «trasparenza» degli atti amministrativi solennemente definita una quindicina di anni fa. E così per avere notizie su un appalto che mi puzza debbo dimostrare di avere uno specifico interesse da tutelare. Il mio diritto di cittadino a verificare come viene speso il pubblico denaro conta un tubo. Così almeno sentenzia il Consiglio di Stato. Poi ci si lamenta della malapianta della corruzione. Ma questa è roba che vegeta e prospera all’ombra della riservatezza, che ha mille ragioni di essere quando riguardi dati strettamente personali come ad esempio la salute o le condizioni economiche ma rischia di diventare brodo di coltura del sottobanco quando applicata senza specifica ragione. La riservatezza è una bella cosa, ma il cittadino dovrebbe avere sempre il diritto di sapere se il magistrato che lo giudica e chi lo accusa siano membri dello stesso club, se il sindaco e il suo consulente siano soci in affari, se il curatore di una pubblicazione scientifica abbia un titolo di studio adeguato, se l’estensore di un saggio giuridico sulla Costituzione abbia mai affrontato un esame di diritto, se l’appalto pubblico sia stato aggiudicato al più simpatico anziché al miglior offerente, se l’assessore alla Sanità e il primario siano usi incappucciarsi e ingrembiularsi sotto le volte della stessa loggia. Nel Paese della camorra più che un Garante della privacy ne occorrerebbe uno della luce del sole (Garante della sunlight?).