Il private banking batte la crisi e attrae la metà dello «scudo»

Le banche dei «paperoni» hanno riportato in Italia il 46% degli patrimoni scudati dalle famiglie nel 2009

Lo scorso anno il private banking ha attratto quasi la metà dei capitali rientrati in Italia per effetto dello Scudo fiscale. Dei 95 miliardi di asset scudati dalle famiglie italiane, 44 miliardi (pari al 46%) sono stati, infatti, indirizzati verso realtà appartenenti al ramo del mondo bancario che segue le famiglie italiane più facoltose (di norma è richiesto un patrimonio di almeno 500mila euro, proprietà immobiliari escluse). Il mondo della promozione finanziaria e dei fondi avrebbe seguito il 15%, le banche retail il 27% e le fiduciarie il 12 per cento.
A fare i conti è l'Associazione italiana private banking (Aipb) secondo cui anche nell'ultima edizione dello scudo, che segue quelle del 2001 e del 2003, hanno dominato i rimpatri effettivi (85% del totale) mentre i rimpatri di natura giuridica sono stati il 12% del totale e le regolarizzazioni il 3%. Questi numeri, aggiunge l'associazione, indicano che «le situazioni più complesse e meno liquide» sono state «presumibilmente rimandate» a quest'anno. In ogni caso, grazie alla prima tranche dello scudo fiscale il totale del valore dei portafogli serviti dal private banking è tornato ai livelli pre-crisi: a fine settembre gli asset gestiti erano 361 miliardi di euro.
Da notare poi che i clienti private in alcuni casi hanno preferito rivolgersi a banche diverse da quelle con cui hanno rapporti abituali. I primi dieci operatori di private banking in Italia gestiscono il 79% degli asset totali, ma hanno attratto solo il 47% dei patrimoni scudati. Il restante 53% è stato quindi rimpatriato dagli operatori minori che detengono il 21% del servito.