Privato, sì grazie

A chi tocca decidere dell’educazione dei propri figli? La domanda potrebbe suonare retorica e la risposta sembrare scontata: alla famiglia. Non in Italia. Da noi lo Stato non si limita a svolgere una funzione di controllo ma gestisce direttamente l’attività scolastica. Ma non basta: il valore legale del titolo di studio comporta programmi ministeriali e quindi implica un possibile controllo politico sulla formazione dei giovani. Per fortuna viviamo in un regime democratico! C’è dunque una grave questione di principio. L’espressione «religione di Stato» ci farebbe inorridire. L’espressione «scuola di Stato» invece ci sembra naturale. Eppure nella sostanza non c’è troppa differenza. Semplicemente: in un Paese liberale, l’istruzione non può essere per intero nelle mani delle istituzioni pubbliche.
Veniamo all’esperienza personale. Sono professore e ho insegnato nella scuola statale. Conosco la qualità dei miei ex colleghi. Ricordo le difficoltà grottesche spesso imposte da una burocrazia ottusa. Nonostante ciò, quando mio figlio ha raggiunto l’età in cui si entra in classe, ho scelto un istituto paritario. Preferisco un tipo di educazione che metta l’accento sul concetto di «persona» rispetto a quello di «cittadino». Una differenza fondamentale, almeno nella mia opinione.
Un saggio appena uscito affronta con lucidità questo e altri temi più concreti: La buona scuola pubblica per tutti statale e paritaria (prefazione di Adolfo Maria Comari; Edizioni Giuseppe Laterza, pagg. 240, euro 10) di Anna Monia Alfieri, Maria Chiara Paola e Miranda Moltedo. Il punto di vista delle autrici è schietto: la scuola pubblica paritaria (appartenente al Servizio Nazionale di Istruzione ex L. 62/2000) merita di essere valorizzata. Non solo perché, ampliando l’offerta, garantisce pluralismo e libertà di scelta; ma anche perché è un affare (per lo Stato) dal punto di vista economico. La questione del finanziamento è al centro del volume. Il dibattito, ormai da decenni, gravita intorno all’interpretazione dell’articolo 33 della Costituzione. Il quale riconosce ai privati la libertà di aprire scuole a patto che non vi siano «oneri per lo Stato». Solitamente si dà una lettura letterale e restrittiva della norma, anche se dai lavori preparatori alla formulazione dell’articolo in questione emerge un’altra realtà. Il legislatore intendeva escludere l’obbligo, non la facoltà, di sostenere le scuole non statali. Comunque dobbiamo chiederci quale sia e come applicare lo spirito della nostra Costituzione. Che promuove la libertà d’istruzione nell’autonomia delle strutture educative. Che impone di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (articolo 3). Gli ostacoli «di ordine economico» ci sono: le famiglie che scelgono le scuole pubbliche non statali si trovano costrette a pagare due volte, con la contribuzione fiscale e con le rette. Ammesso e non concesso che se lo possano permettere. Per questo sono indispensabili strumenti come il credito d’imposta o il buono-scuola, forme di sostegno unicamente e giustamente diretto alle famiglie. I dati citati nel libro (provenienti da fonti insospettabili come il ministero, l’Ocse, la Fondazione Giovanni Agnelli) provano che lo Stato non potrebbe sostenere il costo derivante dalla cessata attività della scuola pubblica paritaria. In poche parole: quest’ultima fa risparmiare allo Stato 6245 milioni di euro, pari a 12000 miliardi delle vecchie lire.
Le autrici però si spingono oltre. E buttano sul tavolo della discussione un altro tema da approfondire: il federalismo scolastico solidale. La disparità (di costi e soprattutto di risultati) tra Nord e Sud potrebbe essere appianato imponendo maggiori responsabilità agli amministratori e, contemporaneamente, consentendo alle scuole di pianificare l’offerta formativa in base alle esigenze del territorio. La conseguente razionalizzazione della spesa produrrà risparmi da investire nelle zone disagiate, specie in meridione.
Le proposte ci sono. Il governo in carica, che si proclama liberale, dovrebbe farne tesoro.