«Il privato se possibile lo Stato se necessario»

Il ministro Tremonti: «Il maxi-piano Usa? La questione non è nel conflitto tra pubblico e mercato. Il problema è l’etica»

nostro inviato a Capri

«Stiamo assistendo all’eclissi del mondo dei valori». È un Giulio Tremonti sornione e saggio come i gatti capresi che da sempre osservano con distacco gli umani dai muretti di via Cammarelle, quello che ha preso la parola ieri al 23° Convegno nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria. Sornione come sa esserlo il ministro dell’Economia quando per una volta sceglie di non sfoderare le unghie. E saggio nel senso letterale del termine: ovvero di chi sa.
Il suo, alla vigilia del G4 convocato oggi a Parigi dal presidente francese Nicolas Sarkozy, è un atto d’accusa contro la colpevole della crisi che sta squassando i mercati: la finanza. O meglio, «il suo parossismo e la sua dottrina ora imperante, quella dello shareholder value, che ha portato ai disastri odierni». Perché «la finanza può trasferire la ricchezza, ma non è in grado di produrla». Non a caso, annuncia, a Parigi si parlerà anche della necessità di introdurre criteri contabili «meno suicidi» rispetto agli attuali. Prendendo la parola dopo la presidente dei Giovani imprenditori, Federica Guidi, incentrata su energia e ambiente - «relazione splendida, molto coraggiosa e molto poco ortodossa» - il ministro ha esordito riagganciandosi alle parole della leader dei trentenni di Confindustria. Definendo «giusto il rifiuto delle ideologie e delle dottrine sull’ambiente»; stigmatizzando «l’offerta di catastrofismo che purtroppo tira sempre»; ribadendo a nome del governo «la fiducia nella scienza e nella conoscenza»; e aggiungendo la sua, di fiducia, «e anche tanta, nel nucleare».
Ma è su un termine antico e oggi forse considerato polveroso - ragioneria - che Tremonti ha inteso soffermarsi. Termine che «deriva dalla parola ragione», è stata la premessa. Nonchè termine che oggi costituisce «la parabola del capitalismo». Nel senso che da un passato in cui tutto era basato sulla partita doppia, ovvero sul conto patrimoniale, siamo scivolati in una realtà dove esiste solo il conto economico, ovvero quello dei prezzi. Portando così, attraverso l’ossessiva scansione ravvicinata dei risultati (da annuali a semestrali, da trimestrali a giornalieri, con l’unico scopo di far intascare ricchi premi ai manager) «all’eclissi di quel vecchio mondo dei valori» in cui ogni imprenditore «considerava sì un immobile aziendale come plusvalenza, ma anche come un pezzo di storia della sua impresa». Il risultato di questa degenerazione è tutto nei sinistri «crac» che si odono con cadenza quasi quotidiana dalle sponde americane.
Così Tremonti ha detto la sua anche sul tema che divide il mondo dell’economia. Ovvero sull’opportunità di interventi pubblici come quello voluto dal presidente George Bush in soccorso dell’economia Usa.
«Senza voler replicare esperienze del passato, perché la storia non si ripete mai in modo identico», di fronte ai giovani imprenditori privati il ministro si è speso «in difesa di quell’economia sociale di mercato che, pur contraddittoria in termini, appartiene ai popolari e liberali europei e che deriva da un nucleo fondamentale che è complesso, politico e morale». Perché sposando il concetto «il privato se possibile, lo Stato se necessario» il ministro ha concluso affermando che a suo avviso la questione «non sta nel conflitto tra Stato e mercato, bensì tra ciò che è etico e ciò che non lo è». È seguito un applauso.