PRIVILEGIATI, NON INFALLIBILI

C’è chi si domanda come faccia Antonio Fazio a restare tranquillamente al suo posto dopo gli sviluppi del caso Bpi. La risposta è semplice: la fermezza di cui dà prova mentre scosse del settimo grado stanno terremotando il mondo bancario e politico del Paese è dovuta solo ed esclusivamente al suo distacco dalla realtà. Un distacco involontario, che gli deriva dall’abitudine non a considerarsi una persona, che come tutti talvolta può sbagliare, ma un’istituzione. Il fatto che i vertici di una banca importante rubassero a piene mani dai conti correnti dei clienti, regalassero guadagni miliardari a una ristretta conventicola di amici, intrecciassero relazioni pericolose con il capo delle assicurazioni rosse e - infine - donassero orologi preziosi e altro ancora allo stesso governatore (queste le accuse, che ancora devono passare il vaglio di un Tribunale), è cosa che sfiora Fazio ma non lo colpisce. E neppure lo richiama alla realtà l’avviso di garanzia per insider trading.
Sottoposto a un simile fuoco di fila - cui non è sfuggita neppure la famiglia - il re di via Nazionale non si arrende e invece di fare in tutta fretta le valigie manda a dire d’avere la coscienza a posto. Intendiamoci: per quel che mi riguarda il governatore è innocente fino a prova contraria. Ma qui non siamo in un’aula di tribunale. Qui, a giudicare, non c’è un giudice, semmai l’opinione pubblica. E mentre sulla scalata all’Antonveneta era evidente il tentativo di forzare la mano per piegarlo e insieme piegare il sistema a interessi di parte, negli sviluppi della Bpi l’unica cosa che appare lampante è che il gruppo dirigente della Lodi è sfuggito di mano alla Banca d’Italia.
La sola cosa certa in questa vicenda è che il governatore e i suoi uffici non si sono accorti che qualcuno infilava le mani nei portafogli di centinaia di migliaia di risparmiatori. Ciò - nella migliore delle ipotesi - vuol dire che la vigilanza di via Nazionale, ossia l’ufficio che deve controllare che i ladri non stiano dietro lo sportello, non vigilava abbastanza. Ora: se un cassiere si fa fregare dei quattrini e non se ne accorge, come minimo viene trasferito. Se a un vigilante sfilano sotto il naso diversi milioni di euro e lui non se ne avvede, che cosa bisogna fare? Per noi - e non da ora - deve cambiare mestiere. Ma purtroppo questo non avviene e non è mai avvenuto in Banca d’Italia.
E qui sta il problema. Fazio non coglie l’urgenza di farsi da parte perché via Nazionale è sempre stata considerata un monumento inviolabile, un regno retto da un monarca assoluto che governava godendo del dogma dell’infallibilità. Mai è stata sfiorata da un sussulto di autocritica in tutta la sua storia. Mai nessuno ha messo in dubbio l’intangibilità di una casta di burocrati e del loro signore. Né quando scoppiò lo scandalo del Banco Ambrosiano, quotato in Borsa mesi prima che fallisse, né quando il Banco di Napoli franò sotto il peso dei buchi di un’allegra gestione.
Di distrazioni, se non addirittura di errori veri e propri, Bankitalia ne ha commessi molti. Ma una sorta d’intoccabilità l’ha protetta e ha fortificato i suoi vertici facendoli crescere nella certezza d’essere un’istituzione che non deve rispondere a nulla e a nessuno. Un autorevole banchiere, che conosce assai bene le vicende interne dell’istituto di vigilanza, mitiga i miei aspri giudizi sostenendo che da anni l’evoluzione del mercato del denaro ha sviluppato strumenti finanziari e non sempre i tecnici della Banca d’Italia sono all’altezza. I controllori insomma ne sanno meno dei controllati. Può essere. Ma io mi chiedo: se la vigilanza non sa vigilare a che servono tutti quei funzionari strapagati e convinti di essere semidei? Forse bisogna riformare la vigilanza, chiosa l’autorevole banchiere. Forse bisognerebbe riformare tutta la Banca d’Italia. Cominciando con lo spiegare ai burocrati che non sono degli infallibili, ma solo dei privilegiati.