Il privilegio di SuperMario? Avere ai suoi pieditutta la stampa zerbina

Monti giura ed è subito Istituto Luce: i giornali che con Berlusconi facevano i rottweiler del Palazzo ora beatificano al buio il nuovo esecutivo. Sobrio ed elegante a prescindere

Non è il governo di Mario Monti. È molto di più. È il governo di Mari e Monti, a giudicare dalle promesse che i cantori della stampa italiana garantiscono sulla parola, a scatola chiusa, prima ancora di cominciare.

E per fortuna che la vera funzione della stampa, nelle grandi democrazie, è fare il rottweiler della politica, pressandola su ogni singolo atto, senza fare sconti a nessuno. Ce l’hanno raccontata tutti i giorni, negli ultimi diciassette anni, questa bella favola del giornalismo che indomito e inflessibile fa da sentinella in nome del popolo italiano. E come no. Bastano poche ore di governo Monti per chiedersi dove sia finita, chi abbia disintegrato, come sia mutata geneticamente questa stampa spietata e fustigatrice. Due giorni di vita ed è già Istituto Luce.

Davvero non serve molto, all’orchestra di violini: un giuramento, pochi minuti in tutto (notare anche la brevità del rito, così terribilmente sobrio). Tanto è sufficiente per scatenare la gioiosa macchina da guerra. Titola Europa: «L’Italia migliore con Monti». Titola il Sole 24 ore: «Il governo Monti ha giurato: ora di corsa». L’età media garantisce sulla velocità dello scatto: 63 anni. E noi saremmo sempre quelli che scleravano per i babbioni della prima Repubblica.

Mai, in nessuna epoca italiana, un giuramento era servito per firmare con tanto entusiasmo una simile cambiale in bianco. Questo governo è sobrio, la cerimonia è sobria, i vestiti, le collane, le scarpe, i nipotini al seguito sono sobri, persino il grigiore è sobrio. Sul Messaggero: «Al Colle la festa low profile dei professori: Moavero va a piedi, signore in tailleur e tacchi bassi». Subito un paragone esaltante: «Sembra il governo della Norvegia, o comunque della normalità...». Purtroppo, manifestare un poco di sano distacco, un minimo di doverosa attesa, serve solo per passare da nemici di Monti.

Ma Monti, in questo zerbinaggio generale, non c’entra nulla. Diciamolo pure con cuore aperto: speriamo tutti quanti che riesca a inventarsi qualcosa di buono, perché tutti sappiamo impostare un semplicissimo calcolo egoistico. Quello che fa bene lui, fa bene a noi. No, non è colpa di Monti se le sue mezze frasi vengono riportate come argutissime battute, chiaro segno di un nuovo corso persino nel sense of humor (sobrio). D’accordo, le barzellette di Belusconi non le raccontano più nemmeno in bocciofila, ma si può dire che tra i pregi di Monti non brilla sicuramente quello dell’ironia? Non è tenuto ad averla, ci mancherebbe, ma non siamo neppure tenuti a inventargliela di sana pianta in questo modo patetico e servile.

Il fatto è che stanno succedendo cose assurde. A Roma hanno già smantellato la storica tribuna Monte Mario per erigerne una nuovissima, molto più capiente e spaziosa: la tribuna Monti Mario. Ci stanno sopra, accalcati e scamiciati, tutti quelli che fino all’altro giorno davano lezioni di giornalismo tagliente. Si legge in prima pagina sulla Repubblica: «La democrazia dello spread, tra storture e paure, ha generato un piccolo miracolo. Se l’Italia ha ancora una chance per salvarsi, quella si chiama Mario Monti». Certo che il governo Monti può fare bene: ma vediamolo almeno all’opera. Non è che basti la rassicurante messa in piega della Cancellieri per garantirci la riuscita dell’impresa.

Quanto prima, e qualcosa si è già intuito dal discorso in Parlamento, anche questo governo Monti, tanto garbato e tanto simpatico, con le sue facce e le sue voci da Rotary, dovrà comunque procedere con armi letali, che non sono fioretto e frustino, ma accetta e bazooka. E allora cosa vogliamo dire, già da adesso: che se taglia Tremonti è odioso e truculento, mentre quando taglierà Monti sarà caruccio e tanto sobrio?
Sono tecnocrati, sono preparatissimi, sono così sobri pure loro: ma anche questi superministri vanno messi alla prova. Nelle loro università, i voti li prendevo dopo, non prima. Vediamoli. Non l’ha prescritto il medico che un grande professore sia anche un grande ministro.

Nessuno è buono per tutto. I grandi calciatori non diventano quasi mai grandi allenatori. I grandi giornalisti diventano raramente grandi direttori. I grandi attori difficilmente diventano grandi registi. È possibile dirlo? C’è ancora spazio, qui sull’orlo del baratro, dove stiamo camminando da settimane, per un briciolo di salutare scetticismo? Certo si sente raccontare in giro che difficilmente i tecnocrati faranno peggio dei politici. È il sentire comune, molto sobrio. Però attenzione: nessuno può escludere che ci riescano.