Il problema degli aiuti ai palestinesi e i timori dell’Occidente

Lo spauracchio della guerra civile ha provocato qualche giorno fa a Gaza la temporanea sospensione dei combattimenti armati fra Hamas e Al Fatah. Si tratta però solo di una tregua, poiché in Palestina non si confrontano più milizie di parte,ma due eserciti. Si stanno schierando l’uno contro l’altro nelle zone evacuate dai coloni israeliani: aree che da paradisi agricoli si sono trasformate in campi di addestramento per i contrapposti schieramenti palestinesi. Al Fatah ha iniziato il reclutamento di 3mila uomini dando loro l’altisonante nome di «Forza per la difesa del Progetto patriottico e dei Quadri di Fatah». Hamas sta costituendo un «centro di reclutamento e istruzione» per altri 3mila uomini «a sostegno delle forze di polizia del governo». Nel frattempo fioriscono le aste per l’acquisto di armi e aumentano le reciproche accuse di tradimento e cospirazione.
Messo davanti a questa prospettiva, il «quartetto» (Ue, Usa, Onu e Russia) non poteva che deliberare, come ha fatto, la ripresa dell’assistenza economica a una popolazione affamata che trae la sua sopravvivenza dalle paghe di una pletora di funzionari e poliziotti, i quali potrebbero trasformarsi in altrettanti militanti di parte. Lo comprende anche il governo israeliano, che ha detto sì alla ripresa degli aiuti economici, a condizione che essi vadano alla popolazione civile, non a finanziare le milizie terroriste. Significativa è stata anche una delle prime decisioni prese dal nuovo ministro della Difesa israeliano, il laborista Peretz: riammettere 13mila lavoratori palestinesi provenienti da Gaza in Israele, versare nuovamente ai palestinesi le entrate doganali.
Il presidente palestinese Abu Mazen, con cui tutti, Israele incluso, sono disposti a negoziare, non sembra in grado di farcela da solo perché difficilmente potrà scavalcare il governo di Hamas. Il quotidiano palestinese Al Ayyam vede una possibile soluzione nel rafforzamento della corrente di Hamas guidata dal premier Ismail Hanyeh, dal ministro dell’Educazione Nasser Al Sha’ir e da quello delle Finanze Omar Abdelrasek. A questi si oppone la fazione guidata dall’estero da Khaled Mashal e dal politburo di Hamas su cui si allinea, in Palestina, il gruppo radicale guidato del ministro degli Esteri Mahmoud Zahar. Entrambi hanno bocciato la proposta elaborata dall’esponente di Hamas, Natche, e il leader di Fatah, Barghouti (incarcerato in Israele), di limitare la lotta armata alle sole zone occupate.
Quanto alla struttura «esterna» necessaria per la distribuzione di aiuti, ma anche per il controllo del loro uso, incomincia a essere ventilata la possibilità di creare qualcosa di simile a un Mandato internazionale. Il che, con tutte le dovute differenze e apparenze di sovranità locale, sarebbe un paradossale ritorno al vecchio sistema mandatario britannico. Il problema, quindi, non sarà soltanto di trovare la formula politica accettabile dai palestinesi, ma identificare la persona capace di rappresentare questa nuova autorità con sufficiente prestigio e sensibilità politica.
Abu Mazen, nonostante tutti i suoi tentennamenti e debolezze, qualora fosse dotato di sufficienti mezzi economici e sostegno politico, potrebbe diventarlo. Ma c’è chi si ricorda in Israele che quando Londra scelse come primo suo alto commissario in Palestina un ebreo sionista, sir Herbert Samuel, col compito di «favorire la creazione di un focolare ebraico in Palestina», per il movimento sionista fu un disastro.