Ma il problema non può essere Shevchenko

Un mani di Gastaldello considerato regolare. Le parate di Manninger. Locatelli grazia Dida

Né un difensore né un centrocampista: i consigli per il successo di Ancelotti (devono far gol gli altri) restano sulla carta. E con gli attaccanti ancora a digiuno, il Milan colleziona il terzo consecutivo 0 a 0, secondo in campionato. Per le abitudini, oltre che per le ambizioni dei berlusconiani, si tratta di un autentico record negativo da segnare nel librone. Questa volta non è in discussione il modulo tattico scelto in partenza perché si tratta di quello classico, tradizionale: due punte, le migliori a disposizione, Inzaghi e Gilardino, più il talento brasiliano. Uno non viene servito a dovere, l’altro è inseguito da una sfortuna sfacciata. Non solo. Ma nel finale tambureggiante, venti minuti al gong, Ancelotti osa un tridente inedito con Oliveira aggiunto ai due punteros, più Kakà e Pirlo a sostegno. La scelta convince poco. Non è dal numero degli attaccanti schierati che dipende l’esito di una partita. Ancelotti le prova tutte e questa è forse la chiave di lettura più deprimente: non ha altre risorse significative in panchina.
Il Milan non segna e non passa, allora. Come già a Livorno e a Lens. Siamo al terzo episodio consecutivo: zero gol in otto giorni. Non è una banale replica di difficoltà e di episodi negativi. C’è dell’altro. E di questo bisogna discutere liberando il campo del dibattito da una serie di luoghi comuni. Tutti pensano: al Milan manca Shevchenko. Con la produzione industriale dell’ucraino, il Milan riuscì spesso a nascondere problemi e tormenti, anche dei deficit evidenti. No, non manca l’ultimo Shevchenko. Semmai Ancelotti e Galliani possono essere vedovi inconsolati del primo Shevchenko, di quello che non si lasciava attrarre dalle sterline, che non si lasciava guidare da Kristel, la moglie, nella carriera. Lo Shevchenko che riempie le cronache rosa di Londra non soddisfa neanche Mourinho e tra qualche tempo i nodi verranno al pettine.
Al Milan manca semmai un altro tipo di giocatore, ancora ai box per problemi fisici alla schiena (ernia del disco). Si tratta di Serginho. Specie nelle partite domestiche, la sua capacità di crossare giusto per le teste di Inzaghi e Gilardino, il suo dai e vai, è in grado risolvere molte complicate partite. E i suoi sostituti, Favalli prima e Jankulovski poi, non offrono le stesse garanzie. Secondo problema: il Milan oltre a patire l’assenza di Serginho, ha una lentezza eccessiva nel muovere le pedine dell’attacco consentendo a una squadra poco dotata ma molto organizzata, come il Siena, di sistemarsi in modo da costringere tutti a finire nell’imbuto di Manninger, in vena di grandi prodezze. La ridotta velocità riguarda naturalmente più Seedorf che Kakà: entrambi espongono tutta la squadra alle ripartenze dei toscani. Anzi il numero di palloni persi a centrocampo contribuisce a creare tormenti in fase difensiva. Il Siena, infatti, non se ne sta chiuso nel fortino come può sembrare a leggere frettolosamente la cronaca. La squadra di Beretta viene fuori allo scoperto e cerca di procurare danni ai rivali. Per fortuna dei milanisti, Dida è quello di una volta, lucido e spietato nel coprire ogni pertugio. Mentre il suo collega, Manninger, continua a scodellare prodezze in gran quantità.