Il problema di Walter: dire ciò che pensa

Walter Veltroni ha scelto lo scenario della Torino operaia per presentare la candidatura di lui, sindaco di Roma, come uomo che può battere Berlusconi. Questa è l’ossessione di questa maggioranza, che non è maggioranza e sa che Berlusconi è la chiave della maggioranza di governo in questo Paese. Ma quello che va bene a Roma non va bene per il Paese. A Roma Veltroni ha potuto governare mediante la gestione dell'immagine creando la figura del buonista che si prende cura dei bisogni dei più deboli, il sindaco assistente sociale. Su questa base ha costruito buoni rapporti con il volontariato cattolico.
È una lunga marcia, quella di Veltroni, che viene dal '94, quando, dopo la sconfitta di Achille Occhetto, egli perdette la guida del Pds, che venne affidata a Massimo D'Alema. La memoria del tronco della quercia era ancora viva e D'Alema rappresentò la vittoria della giovane generazione di funzionari, all'insegna della continuità. Veltroni invece, con Occhetto, aveva pensato a un Pds altro dal Partito comunista, aveva tentato di inserire componenti culturali diverse nel futuro del partito. Quando finalmente egli divenne dirigente cercò di interpretarlo come una forza politica priva di memoria, come un linguaggio sociologico e non politico, cercando la benedizione di don Milani e della cultura sessantottina. Come sindaco di Roma ha avuto il vantaggio di non doversi occupare di questioni bollenti, ha potuto governare la città con un'idea non politica tesa soprattutto alla politica dell'immagine. A Veltroni non si può far risalire alcun provvedimento amministrativo importante, non ha creato il piano regolatore della città, ha risolto i problemi caso per caso, intendendosi con il partito che a Roma conta molto, il partito dei costruttori. E quello che la sinistra oggi gli chiede è di governare l'immaginario, far dimenticare agli elettori e ai militanti della sinistra la realtà del governo Prodi. Così avremmo un candidato al potere e un candidato alla fantasia. Veltroni, facci sognare per dimenticare l'incubo del governo Prodi.
Ma sarà il sindaco di Roma capace di creare un linguaggio comune a ex democristiani e a postcomunisti? Non può dialogare con l'opposizione alle spalle del governo, anzi non può dire nessuna cosa che contraddica ciò che il governo Prodi fa.
Nel contempo, la sua candidatura ha reso irreale tutta la lunga serie di adempimenti che dovrebbe dar vita il 12 ottobre al Partito democratico. Il candidato è già scelto e nessuno di quelli che eventualmente si candideranno ha intenzione di farlo contro di lui. Questa volta non si può raccontare la favola del programma. Le primarie di Prodi sono state fatte con 281 pagine di programma ma si capisce bene che ciascuno abbia messo il suo e si sente rappresentato dal suo. Il candidato Veltroni non ha la carta del programma e nemmeno la carta della politica. La sinistra teme il ritorno di Berlusconi e fa Veltroni «santo subito» perché comprende che il governo di tutti i partiti della prima Repubblica, ciascuno con la sua memoria ideologica, è un'impresa impossibile. Eppure il Partito democratico dovrebbe dire cose interessanti per gli elettori che votano per la destra, soprattutto per quelli che hanno abbandonato la sinistra.
Certamente un altro pensiero è stato fatto da parte dei Ds e dei Dl. Candidare Veltroni significa porre il problema generazionale e quindi sollecitare Fini e Casini a pensare al proprio futuro. La questione Berlusconi domina la politica italiana perché il Paese dell'economia reale si manifesta come critica della politica come «casta».
Già nel '44 Guglielmo Giannini aveva creato un giornale e un movimento politico: l'Uomo qualunque, contro i politici di professione. Da allora la storia della politica italiana è dominata dalla volontà del Paese reale di impossessarsi del Paese legale. Il referendum Segni, la Lega, Berlusconi, contano appunto perché cercano di fare emergere la società economica e sociale nella cittadella politica.
La polemica contro la «casta» è stata aperta contro la sinistra dai giornalisti del Corriere della Sera. Può Veltroni farsi promotore, in nome della terza via, dei problemi posti da Francesco Giavazzi? Veltroni non rappresenta un antipolitico, ma piuttosto è l'essenza di un linguaggio politichese che costituisce la base comune del ceto politico. Veltroni governa un ceto politico cioè proprio i politici professionali, rappresenta proprio la politica come professione.
E come ogni buon parlatore del politichese, il suo discorso di Torino sarà fitto di messaggi a tutto lo spettro politico. E sarà subito sera; perché il duro conflitto che si apre nella maggioranza di Prodi non può non investire anche Veltroni che si troverà chiamato a dire la sua su tutta la politica quotidiana. Il contrario di quello che il sindaco di Roma ha fatto sinora.
Gianni Baget Bozzo
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