«Problemi grossi? No, governo piccolo»

Mario Sechi

da Roma

Il dibattito sullo zero virgola da parte del governo ha toni apocalittici e a tratti umoristici. Forse è anche per questo che Giulio Tremonti osserva la discussione sulla finanza pubblica e la manovra con serenità o, come direbbero a Oxford, con un certo understatement. Rispetto alla trimestrale di cassa del governo Berlusconi ci sarebbe uno scostamento dello 0,3 per cento (il rapporto deficit-Pil passerebbe dal 3,8 al 4,1 per cento). Una goccia nel mare dei conti pubblici, comprensibile tra l’altro se si pensa che da febbraio praticamente le azioni sulla finanza pubblica sono costrette nel limbo elettorale, ma l’esecutivo Prodi continua - anche dopo le elezioni - a mandare in onda il serial che qualcuno ha intitolato del «millantato deficit».
Onorevole Tremonti, secondo la commissione Faini la situazione dei conti pubblici è grave. Che ne pensa?
«Per me di commissione ce n’è una sola: la commissione europea. Ancora ieri su Le Figaro il commissario Almunia ha dichiarato fiducia nella Finanziaria 2006 dell’Italia, nella sua realizzabilità e nella sua efficacia. Io resto convinto, con buon fondamento, della possibilità di centrare l’obiettivo del 3,8 combinando rigore e ripresa».
La maggioranza insiste con il suo 0,3 e aggiunge addirittura un altro 0,4, ipotizzando un rapporto deficit-Pil al 4,6 per cento.
«0,3 o 0,4 di deficit sono un rischio che dipende dal governo stesso. In altri termini non c’è un rischio di deficit nella finanziaria. Se c’è un rischio sui conti pubblici è un rischio costituito dal governo stesso, deciso di giorno al rigore e di notte al lassismo. Il rischio sta nella decisione di non voler applicare una parte della finanziaria. Che non ragioni in termini di legislazione vigente, ma in termini di cedimento tendenziale. Prima si dice che gli obiettivi non sono realizzabili e poi, fabbricato l’alibi o l’autoassoluzione, non si realizzano davvero».
Traduzione?
«Cioè che pur potendolo e pur dovendolo, il governo non voglia applicare una parte della Finanziaria».
I casi di sfondamento del deficit sulla Sanità di sei Regioni, in particolare Lazio e Campania, richiedono interventi urgenti. Come si è mosso il governo?
«Il finanziamento della Sanità pone e porrà in futuro problemi sostanziali, tanto in Italia quanto in Europa. Fatta questa premessa, i casi di extra-deficit emersi in alcune regioni non hanno niente a che vedere con il finanziamento del livello generale della Sanità. Sono connessi a differenziali assolutamente particolari. Per chiarire, Lombardia e Puglia sono in linea, Lazio e Campania sono fuori linea. Lo sfondamento non dipende da differenziale Nord-Sud. La Lombardia è Nord, la Puglia è Sud. Non dipende da differenziali politici. La Lombardia è di centrodestra, la Puglia di centrosinistra. Non dipende dalla Sanità, ma dalla cattiva amministrazione della Sanità. Non dipende dal governo centrale, ma dal governo regionale. Emerso lo sfondamento e terminata la procedura di monitoraggio il governo avrebbe dovuto procedere al commissariamento. Ha invece preferito inventare l’affiancamento, perdendo tempo e facendo una politica vischiosa. Questo è un caso di maggior decifit, un caso di rischio-governo».
Taglieranno la spesa pubblica?
«Prendo atto con piacere dell'atto di indirizzo sui risparmi nella pubblica amministrazione che applica la finanziaria del 2006. Ma quel risparmio viene sostanzialmente utilizzato per finanziare le nuove strutture di governo che, secondo fonti sindacali, muovono quasi 10mila dipendenti pubblici».
Parliamo dello spacchettamento dei ministeri del governo?
«È chiaro che non può essere a costo zero. Il trapianto della coalizione nel governo ha moltiplicato i costi. Un altro caso di rischio-governo che azzera un possibile minor deficit».
Sul sito del governo si annuncia la proroga del pagamento dal 31 luglio al 15 dicembre dei crediti previdenziali agricoli. C’è un rischio in più per il rating?
«Ricordo che le ipotesi di intervento su questi strumenti sono state cifrate da Ragioneria, servizio Bilancio della Camera e in una nota del documento europeo sull'Italia: si dice che un intervento del genere avrebbe un effetto devastante sul rating. E infatti noi non l'abbiamo fatto. Un altro esempio di rischio-governo».
Si ipotizza che la programmazione fiscale non dia gettito.
«Non dipende da sovrastima ma dalla scelta ideologica di non utilizzare uno strumento che in un passato remoto e virtuoso ha funzionato con efficacia. Un altro rischio-governo».
Prodi vi addebita la criticità dei conti pubblici. Seppur in termini di zero virgola non sembra un déjà vu?
«A me no. Sgombriamo il campo dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni, non consideriamo chi era al governo nel 2001, supponiamo che ci fosse Giolitti. Ci limitiamo a dire che nel 2000-2001 la crescita era intorno al 3 per cento, ma il deficit saliva oltre il 3 per cento. Una cosa fantastica».
La sinistra dice di aver risanato i conti negli anni Novanta.
«Il risanamento è stato di cartapesta, l'economia cresceva, la spesa corrente saliva, la spesa per investimenti scendeva, sono stati fatti 120 mila miliardi di finanza creativa pari a cinque punti di Pil e con il 3 per cento di crescita Giolitti è arrivato a fare più del 3 per cento di deficit, certificato dalla commissione Prodi. Questi sono i fatti».
E dopo il 2001 cosa è successo?
«L’economia del mondo cresce, quella europea rallenta e quella italiana come negli anni Novanta conserva il suo differenziale negativo. I bilanci pubblici non sono variabile indipendente dall’economia. All’interno del patto di Maastricht è l'economia che fa i bilanci e non i bilanci che fanno l'economia. Tutti i bilanci pubblici dell’Europa si deteriorano. L’80 per cento del Pil europeo è sopra il 3 per cento. Crescono corrispondentemente i debiti pubblici. Rispetto al biennio 2000-2001, nel biennio 2005-2006 abbiamo la salita del deficit dal 3 al 4 per cento, la caduta dell’economia dal 3 per cento a zero. E non certo per colpa del governo. Ne vuole la prova? Durante la campagna elettorale dicevano che tanto l'economia quando i conti erano “allo sfascio”. Adesso l'economia è in ripresa e questo non dipende da fatti intervenuti in questi giorni e non dicano che dipende dall'aspettativa di vittoria per la sinistra. Se fosse vero che c'era questo meccanismo di aspettativa e fiducia sulla sinistra, la Cdl non avrebbe mai potuto vincere, per esempio, nelle regioni dove si fa il grosso del Pil: Piemonte, Lombardia e Veneto, Friuli, ecc.».
Come giudica l'azione annunciata dal governo?
«Vedo una criticità, una non facilmente comprensibile asimmetria tra comunicazione e azione. La comunicazione è drammatica. Dagli scenari ante-euro alla fine di tutte le opere pubbliche in cantiere. Se la situazione reale corrispondesse davvero alla comunicazione politica, l’azione dovrebbe essere immediata e drammatica. Oggettivamente non è così, il problema è solo quello di eliminare i rischi che il governo ha causato a se stesso. I problemi ci sono e ci saranno, come è chiaro a tutti anche sul 2007, ma sono gestibili. Non è che i problemi sono grossi, è che il governo è piccolo».