Procacci: solo l’establishment ha diritto a entrare in concorso

Il produttore di «Texas» polemizza con Müller ma poi ritratta parzialmente: non ho ancora visto gli altri italiani

Michele Anselmi

da Venezia

Domenico Procacci, produttore yé-yé della Fandango, ce l'ha con la Mostra perché non ha preso in competizione Texas, dell’esordiente Fausto Paravidino, deviato verso Orizzonti. Faccenda delicata. Perché i film targati Procacci sono ideali prodotti da festival, sperimentali e «antagonisti». E perché sembra che a Texas sia stato preferito, per il concorso, I giorni dell'abbandono di Faenza, anch’esso prodotto e distribuito da Medusa. Aggiungete la buona accoglienza ricevuta dal film durante l’anteprima per i giornalisti e il titolone malizioso del Messaggero («Meglio il Texas di Faenza») e capirete perché la conferenza stampa di ieri s’è trasformata in una piccola rivincita: «È indiscutibile che vanno in gara solo i film dell’establishment» ha accusato il produttore. Salvo poi precisare, di fronte alla stupita reazione di Müller: «Non ho visto gli altri film in concorso, ma sono tutti autori che in passato hanno fatto grandi cose».
Accade sempre qui a Venezia e vedrete che l’arrivo oggi del secondo film italiano in concorso, La bestia nel cuore di Cristina Comencini, non placherà comunque gli animi, piuttosto surriscaldati quando c'è di mezzo la pattuglia nazionale. Nondimeno, benché corale, giovanilistico e modaiolo, Texas non è proprio una rivelazione. Anzi. A dispetto del titolo, siamo in una non meglio precisata provincia piemontese, che l’io narrante Enrico, definendosi nipotino di Pavese e Fenoglio e fratello di Edward Norton e Kurt Cobain, colloca idealmente «tra gli Stati Uniti e il Messico».
Sicché i «messicani», compagni rumorosi di megarutti, abbuffate di ravioli e scorregge, sono giovanotti tra i 20 e i 30 anni, perlopiù sfaccendati. L'andirivieni temporale complica la struttura, imbastita su tre cruciali sabati sera. A vedersi nella villa di Elisa, la più facoltosa del gruppo, con fratellino che ciancia di lotta di classe, sono in tanti, di varia estrazione e censo: accanto a Enrico, i fidanzati Cinzia e Gianluca, lei sorella di un ex contadino fattosi imprenditore di carne, lui figlio di un meccanico arricchito con smanie politiche; l’ancora vergine Davide, un tempo benestante; infine Alessandro e Maria, lui piuttosto sfigato, lei maestra, sposati infelicemente, tanto è vero che, alla prima occasione, la donna finisce a letto con Gianluca.
In un clima di desolazione, anche verbale, i destini dei personaggi sembrano sfiorarsi, a tratti intrecciarsi tragicamente. Ma, più che le grigliate di carne o le feste sceme, è il clima torpido e ipocrita nel quale si muove questa piccola comunità di provincia a fare da sfondo al ritratto sociale. A un certo punto, nella migliore tradizione, spunta fuori anche una pistola utilizzata dai partigiani e nascosta sotto terra in attesa di tempi migliori (ecco la Storia che ritorna). Per fortuna, dopo appostamenti e minacce, nessuno l'userà.
In compenso, a colpi di sfocature, grandangoli e figurette ritagliate, Texas fa il verso nell'incipit ad Amélie e nel clima ad Amores Perros. Valeria Golino, nei panni di Maria, è la migliore in campo. Il regista-drammaturgo Paravidino cita Cechov e si ritaglia la parte di Enrico, ma la voce proprio non l’aiuta.