Processi virtuali Il blogger va alla guerra

«Ogni volta che esce un libro di Baricco escono a ruota una serie di articoli che dicono sempre le stesse cose. Che Baricco è un veltroniano. Che porta le camicie bianche con le maniche arrotolate. Che se la tira. Che piace alle ragazzine. Probabilmente è quello che si intende oggi per critica stilistica». Così scriveva Antonio D’Orrico sul Magazine del Corriere della Sera l’8 dicembre scorso recensendo l’ultimo romanzo dello scrittore. Il quale - stufo di fare la sputacchiera per i critici letterari - mercoledì ha risposto su Repubblica a Giulio Ferroni e Pietro Citati, critici imputati di (pro)ferire «frasette seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me». Il sito Lipperatura ha ripreso il pezzo il giorno dopo e subito è nata una polemica poi rimbalza dalle colonne virtuali a quelle cartacee dei quotidiani. In realtà, in questa nuova querelle tra «vecchi» critici letterari («mandarini della nostra cultura», li chiama Baricco) e scrittori la cui colpevolezza è quella in sostanza di vendere, l’unico aspetto veramente inedito è rappresentato dal nuovo personaggio che ha invaso la scena: il blogger. La recente virtualizzazione della comunicazione ha determinato una democratizzazione dell’opinione (cosa buona e giusta), che sfocia però spesso, nei blog letterari più gettonati (Nazione Indiana 2.0, Lipperatura, Vibrisse), in una contestazione che assume a volte la forma del «terrorismo», e che come quello è senza volto (cosa non tanto buona e giusta): nei commenti si prendono di petto scrittori, critici e gli stessi «gestori» dei blog, se quanto viene proposto su quelle riviste telematiche non è gradito. Siamo di fronte alla dittatura del fruitore, che travalica gli spazi deputati all’esercizio del suo ruolo (l’acquisto in libreria) per inoltrarsi in quelli istituzionalmente preposti alla discussione pubblica per mettere in atto - nei confronti di chi fino a ieri la rappresentava in via esclusiva - un processo politico. Il critico Alfonso Berardinelli è stato chiamato a rispondere della sua collaborazione con Il Foglio; Isabella Santacroce si è sentita invitare ad andare «Fuori dai coglioni!» (su Nazione Indiana); Leonardo Colombati è stato attaccato perché firma de Il Giornale (su Vibrisse). Ora è il turno di Baricco, al quale viene sì concesso che almeno «conflittua e non sta lì a fare la bella statuina!», ma al quale quelli che lui aveva preventivamente definito i fedelissimi dall’«applauso ottuso» non risparmiano il disprezzo: «È veramente scandaloso che a Baricco si dia tutto questo spazio per le sue lagnose geremiadi contro i critici che non lo capiscono più. Il fatto che lo scrittore abbia tanti lettori che lo leggono (e gli riempiono il portafoglio) non è certo un buon motivo per non stroncarlo (anche in due righe, perché no?)» (su Lipperatura). Quale scrittore accuseranno domani di essere «nazional-popolare» i nipotini di Gramsci che sembrano aver dimenticato cosa Gramsci, precisamente, scrisse, e che somigliano tanto ai radical chic di cui Tom Wolfe spiegava: «La prima regola è che la nostalgie de la boue - lo stile romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari, per esempio - è bella, e che la borghesia - nera o bianca che sia - è brutta». Baricco doveva aver previsto tanto inutile chiacchiericcio quando scrisse, in Questa storia, «Sia clemente il castigo per tanto spreco. E accorto l’angelo che veglia sulle nostre solitudini».