Una processione di ex Pci dietro l’inquilino del Colle

Giorgio Napolitano si installerà domani al Quirinale, dopo aver pronunciato il discorso alle Camere riunite che sarà certamente saggio come è del personaggio. Nei giorni scorsi Napolitano ha incassato i riconoscimenti di Ciampi, che ne ha parlato come di un suo continuatore, ed è la cosa più bella che potesse dire. Si è aggiunto il Papa Benedetto XVI, il quale ha buttato lì una attenzione ai «valori cristiani» che non sarà piaciuta a quelli che tutti chiamano i «rosapugnoni». E si è aggiunto Jacques Delors che è anche lui un pontefice, sia pure di un europeismo alquanto cagionevole. I giornali sono stati prodighi di riconoscimenti per il nuovo capo dello Stato. E quelli che hanno messo in luce, nella sua personalità, i tratti della cautela, della prudenza estrema e cautelosa hanno forse messo in luce le qualità sulle quali confidano almeno la metà degli italiani.
Della elezione, degli scrutini succedutisi per raggiungerla, si è detto e scritto di tutto. Ha ragione, almeno in questo, Il Foglio, che ripercorrendo gli ultimi giorni a Montecitorio si è soffermato sulla seduta mattutina di qualche giorno fa, quella che ha inviato Giorgio Napolitano al Quirinale. Faceva impressione, ha notato il cronista, seguire lo speaker della Camera, l’uomo della Rifondazione comunista, annunciare la marcia verso la vittoria di un altro comunista, ex o post. Tutto ciò mentre, procedendo la marcia, i deputati Ds si alternavano allo scranno di Massimo D’Alema, post-comunista massimo, proclamandolo il vero autore di quel successo, dovuto al suo «bel gesto», al «passo indietro degno di un vero statista». che aveva aperto a Napolitano la strada del Quirinale. E non si capiva bene se trattavasi di una processione di fedeli, o di penitenti.
Una scena nel complesso vagamente bielorussa, per qualcuno, magari mal disposto, ce n’è eccome. Tornando alla cronaca del Foglio, va aggiunto che alle osservazioni acidule del giornale non era estraneo il rammarico perché lo speaker rifondatore leggeva il nome di un post-comunista che aveva il torto di non essere quello gradito al suo direttore, polista di quelli che inducono all’ottimismo sulla imprevedibilità della politica italiana.
Sono stati giorni, quelli appena trascorsi, pieni di battute, calambours, paradossi, e qualche gaffe. Fra le quali va annoverata quella di Fassino il quale ha sostenuto, serissimo, e anzi un po’ aggrondato come è sempre (e quando prova a sorridere non migliora) che il Parlamento ha voluto onorare in Napolitano una persona di valore, ma ha voluto onorare anche una storia politica, quella del Pci. Il paradosso è nel fatto che quel partito non doveva sentirsi così fiero della sua storia, se dopo la caduta del muro di Berlino e dopo il collasso dell’Urss ha deciso di buttare a mare il nome di comunista, di liberarsi della falce e del martello, sia pure negando o sottovalutando la corresponsabilità politica del Pci nelle vicende del comunismo mondiale.
Ed è davvero paradossale che venti anni dopo la fine del comunismo in Europa, non gloriosa, certo, c’è chi ritiene di doverne onorare, e per di più con la carica più prestigiosa dello Stato, la storia e la memoria. Davvero, fra i tanti commenti quello di Fassino è parso il meno rispettoso e bene augurante, per il nuovo Capo dello Stato e per tanta parte degli italiani.
a.gismondi@tin.it