Processo boomerang al capo dei Ros

Anche Cossiga, suo nemico storico, lo aveva scagionato: «Imputazione senza fondamento». Sullo sfondo la competizione con la Direzione antidroga

«Il passo di Andreotti è molto particolare. I piedi toccano terra per una frazione di tempo impercettibile, quasi avessero sotto un pattino invisibile che con una minuscola spinta fa guadagnare una quantità inimmaginabile di terreno. Passi piccolissimi su rotelle invisibili. E così pattinando percorse il corridoio in un lampo, e mi fece accomodare nella solita stanza... L’Andreotti che vedevo davanti a me e che mi stringeva rapidamente, senza stringere troppo, la mano non era l’Andreotti che avevo visto in televisione. Andreotti era per me un nanetto gobbo gobbo e tutto orecchie, con minuscole mani. ...Tornata a Palermo raccontai a mia madre: “Andreotti non è senatore, ma presidente e non è affatto basso, è un gigante...». Giulia Bongiorno è una ragazza minuta che ha iniziato l’attività di avvocato a Palermo ed è entrata nel processo a Andreotti quasi per caso, accanto ad avvocati famosi come Ascari, Coppi e Sbacchi, come «sostituto del sostituto», e ha finito per diventarne la protagonista. Ed ora racconta in un libro («Nient’altro che la verità» editore Rizzoli, pagine 335) «come il processo Andreotti ha cambiato la mia vita».
Il libro è un diario, ma non solo processuale, anche se la Bongiorno ha cominciato a scriverlo dopo la sentenza di condanna del processo di appello di Perugia e ha finito di scriverlo dopo che quella condanna era stata annullata dalla Cassazione. Ma al di là dei processi di Andreotti c’è lei, com’era quando i processi sono cominciati, e come è oggi, nota e famosa, richiesta nei tribunali e in televisione, e con il suo studio professionale in piazza San Lorenzo in Lucina, dove Andreotti ha la segreteria. «Ero magra, pallida, sicuramente spettinata e dimostravo molto meno dei miei ventinove anni. Non so cosa avrei dato in quel momento per un filo bianco tra i capelli o una ruga che mi desse anche solo una parvenza di credibilità. Ma non avevo né capelli bianchi né rughe, e probabilmente guardandomi il presidente aveva pensato che non avevo affatto l’aspetto di un avvocato. Quando il suo sguardo si posò su di me sperai intensamente che non esclamasse. “Ma è una ragazzina!”. Ancora non sapevo che lui non esclama mai...».
Era già famosa cinque anni dopo, il 1999 che è stato l’anno delle sentenze di primo grado, due assoluzioni, il 24 settembre a Perugia e il 23 ottobre a Palermo. A Palermo ci fu l’urlo, trasmesso in televisione all’ora dei telegiornali: «Quando il presidente Ingargiola cominciò a leggere il dispositivo, ero pienamente consapevole che quello era uno dei momenti più importanti della mia vita. E quando lo sentii pronunciare il fatidico numero che suggella l’assoluzione - 530 - non potei trattenermi dall’esclamare: “E vai!”, espressione più da cestista che da avvocato. Non avevo gridato, in condizioni normali solo Coppi e Sbacchi avrebbero potuto sentirmi. Ma un microfono acceso era stato imprudentemente piazzato sul banco della difesa».
Il 18 novembre 2002 ci fu lo svenimento in diretta. Il giorno prima, il 17 c’era stata la condanna in appello a Perugia: «Io ero angosciatissima... Quando i giudici raggiunsero il loro posto e il presidente della corte cominciò a leggere il dispositivo, il cuore non ribolliva più. Era come se tutto si fosse fermato in attesa della lettura. Coppi mi sembrava tranquillo... Poi però vidi i suoi occhi. Gli occhi del presidente della corte. Erano occhi di condanna. “In riforma... condanna Andreotti Giulio alla pena di anni 24”. Una lama tagliente mi stava trafiggendo. Ero in piedi, come è doveroso durante la lettura di un dispositivo e improvvisamente mi sedetti. L’indomani i giornali scrissero che ero “crollata”. Qualcuno scrisse che “quella” che a Palermo avava detto “E vai!” era crollata: “Ora non va più”...». Il giorno dopo svenne. In diretta. Le aveva telefonato una giornalista di Rai Parlamento, chiedendole di intervenire a un dibattito radiofonico in diretta sulla sentenza. Quando la misero in contatto per telefono con la trasmissione riuscì solo a balbettare. Svenne in diretta. Cadendo batté la testa... Qualcuno chiamò un'ambulanza e la trasportarono in ospedale.
Ma Giulia Bongiorno divenne bravissima nel controinterrogatorio dei «pentiti». Il moltiplicarsi dei «pentiti» e delle accuse non le faceva paura. Anzi scoprì che il sovrapporsi dei «pentiti» che rilasciavano dichiarazioni sullo stesso tema era l’unico strumento per smentire le accuse. La procura esagerava a portare in aula «pentiti» su «pentiti» a riferire sugli stessi fatti, ne chiamarono una trentina, ma ciascun «pentito» raccontava lo stesso episodio in modo diverso, sicché invece di confermarsi a vicenda, i «pentiti» si smentivano l’un l’altro. Giulia Bongiorno passava le notti a confrontare i verbali delle dichiarazioni dei «pentiti» e a coglierne le divergenze. Di giorno interrogava il secondo «pentito» mettendogli sotto il naso il verbale del primo, e poi il terzo con il verbale del secondo, e così fino al trentesimo. Capovolse il metodo stabilito dalla Cassazione: i supremi giudici avevano stabilito che la prova della verità di un fatto era raggiunta quando lo stesso fatto era narrato da due o più «pentiti». La chiamavano la «convergenza del molteplice». Giulia Bongiorno inventò la «divergenza del molteplice».
Il suo capolavoro è stato il confronto tra i due memoriali di Aldo Moro. La tesi dell’accusa era questa, che Andreotti aveva fatto assassinare dalla mafia il giornalista Mino Pecorelli perché questi lo ricattava minacciando di pubblicare sulla sua rivista «OP» il memoriale autografo di Moro, che conteneva gravissime accuse contro l’ex presidente del Consiglio.
Giulia Bongiorno ha passato due anni a confrontare parola per parola, virgola per virgola, il memoriale autografo e quello dattiloscritto diffuso dalle Br e ha scoperto che non solo in quello autografo non c’era niente di più contro Andreotti che già non si sapesse, ma che al contrario le cose peggiori erano proprio nel documento dattiloscritto: i brigatisti avevano manipolato le parole di Moro in maniera da fargli dire contro Andreotti molto di più di quanto effettivamente Moro aveva detto e aveva lasciato scritto nel memoriale autografo. Quando la Bongiorno ha portato in aula le sue scoperte, è crollato il movente dell’assassinio di Pecorelli ed è crollato il processo. E dice la sentenza di Palermo: «Deve dunque in conclusione affermarsi che proprio la lettura comparata del dattiloscritto rinvenuto nel 1978 e degli inediti del 1990 dimostra inconfutabilmente l’infondatezza dell’ipotesi accusatoria... Emerge invece in alcune parti del memoriale, inedite fino al 1990, un tono talora addirittura meno polemico nei confronti dell’on. Andreotti al punto che la immediata e integrale pubblicazione degli atti e soprattutto dell’originale del manoscritto avrebbe consentito di evidenziare subito persino alcune palesi alterazioni e manomissioni operate dai brigatisti nella trascrizione dello scritto dello statista ucciso».
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