Il processo a Burlando finisce in reality

(...) che la credibilità delle istituzioni sia scesa ancora un gradino più in basso.
Questione di punti di vista: «Abbiamo scritto la pagina più brutta da quando esiste il consiglio regionale». A scandire le parole, scrollando il capo, di fronte a colleghi e cittadini accorsi in massa ad assistere alla rappresentazione, è un membro dell’assemblea legislativa della Liguria, quasi al termine del dibattito che doveva sfiduciare Burlando. E poco importa chi sia stato a esternare pubblicamente l’ammissione di colpa (o di irresponsabilità?). L’affermazione, che sa tanto di dichiarazione di resa del Paese legale nei confronti del Paese reale, è condivisa a livello trasversale da buona parte dei presenti. Lo si percepisce dal gelo che percorre l’aula infuocata di Palazzo Spinola. Ma non è il caso di illudersi: il disagio dura solo un attimo fuggente. Poi il confronto riprende a colpi bassi, ben al di sotto della cintura.
Il presidente Burlando, da un bel po’ sulla graticola per via del fatidico contromano sulla rampa di Genova Aeroporto, ma soprattutto per l’incredibile groviglio di ammissioni, smentite e contraddizioni che ne sono seguite - lui stesso protagonista più o meno involontario -, pare flettere sotto i colpi dei consiglieri di minoranza. Che affondano la lama nel burro, e soprattutto la chiave nella toppa della porta di casa altrui: «Mi chiedo - tuona l’ex governatore Sandro Biasotti, con acuti per lui insoliti - che credibilità possa mantenere uno come Burlando che ammette di abitare per alcuni giorni della settimana in casa di un amico e di utilizzarne l’auto, quello stesso amico d’infanzia che, guarda caso, è titolare di una società sistematicamente favorita in appalti e concorsi pubblici. Per questo, non solo per il contromano agli Erzelli, deve andarsene. Altro che la Liguria di tutti, la sua è la Liguria di pochissimi. Gli amici». Poco prima, era stato Gianni Plinio, capogruppo di An, a dare fuoco alle polveri: «Quello di Burlando è un comportamento gravemente censurabile che va ben al di là dell’infrazione stradale. Tutto questo lo rende incompatibile con la carica che ricopre. Non c’entra nulla l’antipolitica o il grillismo. Dunque, presidente, si dimetta!».
La replica dell’accusato già condannato è breve. Con la voce rotta dall’emozione: «Ho fatto un errore, l’ho ammesso, ho chiesto di pagare. Che potevo fare di più?». E le bugie, allora? «Tutta colpa di chi ha frainteso, innanzi tutto il giornalista di Repubblica che ha scritto la prima volta sul contromano e poteva chiedermi spiegazioni, e il cronista del Secolo XIX che è qui presente e annuisce con la testa, e ha dedotto la presenza del professor Carlo Castellano all’incontro con i dirigenti della Ericsson... Io non l’ho mai detto». Ce n’è da dire anche sulla «fuga» dalla seduta di consiglio di martedì scorso per andare in boutique e poi a Roma, a parlare di Finanziaria: «Mi ha autorizzato il presidente Ronzitti, spiegando che la discussione sulla sfiducia era stata messa in calendario per giovedì». Infine, una sorta di anatema: «Vi rendete conto che se andiamo avanti così saremo travolti tutti, noi e voi? Guai se non difendiamo la politica. Se questa vicenda fosse servita a questo, almeno sarebbe servita a qualcosa».
Parte la sequenza di interventi a favore e contro, mentre l’infrazione stradale esce dal dibattito per essere sostituita dal gossip. E quando Biasotti torna a rimproverare il governatore in carica «per il comportamento omertoso e contraddittorio, il fallimento politico, e la fitta ragnatela di interessi pubblici e privati fra lei, presidente, e le società del suo amico con cui abita», Burlando tira fuori gli artigli: «Io non devo discutere in questa sede della mie scelte private, privatissime, di vita. Io, poi, che sono quasi autistico. Eppure, mi rendo conto che lo devo fare». I singulti tornano indietro, spunta la rabbia. «Devo parlare di mio figlio, un bimbo adottato, che non deve subire le conseguenze di una divisione della famiglia». L’affondo è durissimo: «So benissimo che proprio qui, in quest’aula, ci sono persone avanti negli anni che intrattengono rapporti con una di 35. Ma non ne ho mai parlato. E so anche che ci sono persone, sempre qui, in quest’aula, che hanno situazioni familiari diverse e le gestiscono in maniera diversa». Ancora, quando la voce gli torna forte e chiara: «Non so cosa mi succederà, domani o fra un anno. Ma so che ho fatto tante cose belle nella vita politica, che la politica mi appassiona, e voglio continuare a farla. Credo però che mio figlio non meriti questo dibattito in piazza, anche se so che, per quanto mi riguarda, non avrà mai nulla di cui vergognarsi».
Finisce qui? Neanche per sogno. Resta in sospeso, innanzi tutto, lo scontro giudiziario fuori dall’aula. Burlando chiede a Ronzitti: «Non so se è possibile, visto il regolamento. Ma ho sentito affermazioni che vorrei portare in tribunale». Guarda in faccia Biasotti, per anni sodale di spiaggia e barbecue. E i coltelli gli escono dagli occhi: «Se tutti sapevano delle commistioni d’affari fra me e i miei amici, perché non ne avete parlato prima? E se è vero che ci sono stati dei favoritismi, perché non presentate le prove documentate alla magistratura?». Fa un certo effetto sentire i due che si danno del lei. «Lei, Biasotti - contrattacca il presidente - usò Lazzarini come suo broker preferito...». E Biasotti: «Ma con lui io non ho mai vissuto insieme!». Ancora Burlando: «Ora glielo dico, anch’io ho molti sospetti su di lei, sulla gestione di certe gare, su quella faccenda dell’area per l’ospedale di vallata e sull’intervento di Pirelli Real Estate che ha voluto lei, Biasotti. Un’area valorizzata prima d’essere venduta. E comunque vedo che lei ha delle certezze. Se è un uomo, prenda carte e penna e si rivolga alla magistratura. Però sappia: se andiamo avanti di questo passo, a schifìo finisce, questa è pura barbarie». Gli fa da spalla Tirreno Bianchi, dei Comunisti italiani. Che imputa a Biasotti «i messaggi elettorali via e.mail, inviati agli anziani cui era stato regalato il computer». L’ulivista Michele Boffa ricorre allo spot pubblicitario: «Questo è il miglior Burlando della legislatura». Senza curarsi dell’effetto-ironia.
A quel punto il capogruppo di Forza Italia, Luigi Morgillo, cerca di riportare il dibattito su binari meno arroventati. Con scarso successo: «La gogna mediatica - dice rivolto alla maggioranza di centrosinistra - l’avete inventata voi, e ora volete attribuirla a noi». Né butta acqua sul fuoco il leader della Lega Francesco Bruzzone, quando ridimensiona l’errore di guida di Burlando definendolo letteralmente in vernacolo «u mumemtu du belinùn». C’è ancora spazio per riflettere su un intervento del vicepresidente del consiglio regionale Rosario Monteleone, (tuttora Margherita, ma non disponibile per l’adesione al Partito democratico): «Quando i politici vengono messi in ridicolo, devono difendersi. E non prestarsi a strumentalizzazioni. Altrimenti diamo spazio al qualunquismo» dichiara Monteleone. E non suona proprio come una difesa a spada tratta di Burlando, quanto piuttosto di un invito al recupero della dignità rivolto a tutta la classe politica, senza distinzioni.
L’ultima bordata ad alzo zero arriva ancora da Plinio. E va a colpire la censura di alcuni esponenti della sinistra che hanno definito assurda la richiesta di sfiducia a Burlando. «Ora vi fa comodo dimenticare - urla, soprattutto dopo che gli si spegne il microfono -. Ma quando ero io presidente del consiglio regionale, avete invocato le mie dimissioni per il solo fatto che ho inviato gli auguri natalizi, da privato cittadino, a un esponente politico del partito di Le Pen! Vergogna!». Subito dopo, però, è lo stesso Plinio che si mette a fare il pompiere, con un gustoso siparietto, l’unico della mattinata: «Visto che Burlando non ha un contenitore dove tenere la patente e gli altri documenti, ed è costretto a esibire solo il tesserino da ex deputato, gli voglio regalare un portafoglio». Detto fatto. E Burlando mostra palesemente di gradire, nonostante lo scampanellio imbarazzato del presidente dell’assemblea. Che invita tutti alla serietà. Una parola... Ecco, magari sarà per un’altra volta.