Processo al calcio malato dopodomani prime sentenze

Ma la vicenda finirà per le lunghe, con ricorsi al Coni, al Tar e al Consiglio di Stato, mettendo in forse la partenza dei campionati maggiori alle date fissate

Gian Piero Scevola

Giornata di lavoro, quella di ieri, per i componenti della Caf che fino alle 18 (poi hanno visto la finale mondiale) nello stadio Olimpico hanno continuato a esaminare le carte del processo. Suddivisi i compiti, sono state le memorie difensive a essere passate minuziosamente al vaglio e confrontate con le accuse presenti nei deferimenti del Procuratore Palazzi. In tutto questo incrocio di documenti, grande valenza hanno avuto anche le intercettazioni telefoniche ascoltate con altrettanta attenzione e comparate con il testo trascritto dai carabinieri. Perché una cosa è leggere, altra è ascoltare direttamente i protagonisti che scherzano e dicono goliardate, secondo le difese; si mettono d’accordo per compiere l’illecito, secondo l’accusa. Anche se, su tutto questo lavoro, pende una spada di Damocle: il ricorso al Tar del Lazio, un’iniziativa che potrebbe sconvolgere le fondamenta del nostro calcio e portare a conseguenze inimmaginabili, come la non iscrizione di club alle coppe europee o anche alla sospensione del campionato con l’inizio differito di uno o due mesi, comunque dopo le decisioni di Tar e Consiglio di Stato.
Perché quello che il Commissario straordinario Guido Rossi non voleva si sta invece avverando e dopo Caf e Corte federale, che avrebbero dovuto rappresentare i due unici gradi di giudizio calcistico, le sentenze saranno messe in discussione da ulteriori appelli, in rigoroso ordine di tempo, alla Camera di Conciliazione del Coni, al Tar del Lazio e, buon ultimo, al Consiglio di Stato. Lazio e Fiorentina hanno già apertamente detto che non si fermeranno qui; lo stesso Milan, in caso di retrocessione, potrebbe pensare di andare oltre, mentre è alquanto nebulosa la posizione della Juventus dopo la strana difesa dell’avvocato bianconero Zaccone che ha «patteggiato» la condanna (la paura di finire in serie C a Torino è enorme), ammettendo la retrocessione in B come pena congrua. Un atteggiamento che ha scatenato l’ira delle altre tre società deferite perché la Juve le pretende coinvolte in ugual maniera, con i fatti che stanno a dimostrare che tutti si sono accodati a un malvezzo comune. Le difese di Fiorentina, Lazio e Milan tendono invece a «singolarizzare» i vari comportamenti, proprio per evitare il ruolo di complici della cupola Moggi. Manca per la Juve la prova dell’illecito classico consumato, quello che consente di ritenere che l’arbitro scelto in maniera sospetta sia stato poi avvertito del disegno pro bianconeri. Ed è questo ragionamento che rischia di vedere triturati i club nel teorema Palazzi: basta premere sulle designazioni, e sui designatori in particolare, per incidere sulla terzietà dell’arbitro e, come ovvia conseguenza, cadere nell’illecito sportivo con il porre in essere atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara.
Il Milan ha controbattuto in aula, respingendo al mittente il «sistema Milan» contrapposto al «sistema Juventus», così come la Fiorentina, nella memoria scritta, ha rotto con Moggi, peraltro già scaricato dalla Juve, proprio nel momento in cui Palazzi ha denunciato l’adesione dei viola al «sistema Moggi» per salvarsi dalla retrocessione. Di certo c’è che sentenze e relative motivazioni arriveranno in seduta pubblica mercoledì pomeriggio (o giovedì mattina), con i puniti che avranno tre giorni di tempo per presentere ricorso alla Corte federale che si riunirà lunedì 17 o martedì 18, entrando nel merito delle sentenze, con ricorrenti e controparti che hanno diritto di essere sentiti. Con il presidente Piero Sandulli ci saranno anche Salvatore Catalano, Silvio Traversa, Mario Sanino, Mario Serio, Carlo Malinconico, segretario generale della Presidenza del Consiglio e Alessandro Pajno, attuale sottosegretario agli Interni (mancherà invece il dimissionario Emidio Frascione, ex Procuratore prima di Palazzi). Per questi ultimi due, è intercorsa una telefonata tra Guido Rossi e Romano Prodi e il Commissario straordinario ha chiesto al premier di liberare per la prossima settimana Malinconico e Pajno, affinché possano dedicarsi al processo a tempo pieno. E Prodi, all’amico Rossi, non ha proprio potuto dire di no.