Processo Dreyfus cento anni dopo la ferità è aperta

Massimo Introvigne

Cento anni fa, il 12 luglio 1906, il capitano Alfred Dreyfus (1859-1935) è riabilitato dalla Cassazione dopo essere stato condannato nel 1894 all’ergastolo nella terribile prigione dell’Isola del Diavolo, al largo della Guyana francese, per spionaggio a favore della Germania. La pena è commutata a dieci anni di prigione in una sentenza di appello del 1899 seguita immediatamente dalla grazia. Il processo a Dreyfus - certamente innocente e vittima di un complotto di colleghi inteso a proteggere il vero colpevole - diventa una pietra miliare nella storia della Francia moderna. Dreyfus è ebreo, molti dei suoi accusatori antisemiti. Buona parte della stampa cattolica - in una vicenda che rientra certamente fra le colpe per cui Giovanni Paolo II ha chiesto scusa al popolo ebraico, invocando una «purificazione della memoria» - si scaglia contro Dreyfus con toni antigiudaici pericolosamente vicini all’antisemitismo. Dal canto suo, il fronte «dreyfusardo» grida al complotto cattolico contro la laicità della Repubblica francese con toni anticlericali mai così violenti dai tempi della Rivoluzione francese. Il mondo ebraico internazionale - da Londra a New York - non solo si emoziona (è dopo avere assistito come corrispondente di un giornale austriaco alla degradazione pubblica di Dreyfus del 1895 che Theodor Herzl decide che gli ebrei devono andarsene dall’Europa e fonda il movimento sionista), ma si schiera attivamente con Dreyfus e la sua famiglia. E vince: nel centenario della riabilitazione la Francia apre un Museo Dreyfus a Medan e propone di trasferire le spoglie dello sfortunato capitano al Pantheon.
Ma vince davvero? Tra gli storici e sulla stampa israeliana è in corso un interessante dibattito se il giorno della vittoria nel caso Dreyfus non fu per caso insieme per gli ebrei francesi «il migliore e il peggiore dei giorni», secondo un titolo dell’influente Jerusalem Report. Molti ebrei si erano battuti per Dreyfus in difesa della piena dignità e libertà della loro religione. La Francia «dreyfusarda» che vinse era piuttosto guidata da laicisti, che approfittarono del caso per un «secondo 1789», un «compimento» della Rivoluzione francese che vedeva nella religione in genere la fonte di tutti i conflitti e di tutti i mali. Certo, persero soprattutto quei cattolici che avevano sbagliato l’analisi dell'ebraismo francese del tardo XIX secolo confondendo i politici anticlericali di origine ebraica (spesso non credenti) con le famiglie ebree di antica tradizione religiosa e magari di idee politiche conservatrici come i Dreyfus (secondo il bon mot di un suo professore di liceo, «se non fosse stato coinvolto personalmente, Dreyfus sarebbe stato anti-dreyfusardo»). Il colpo subito con l’affaire Dreyfus è tra le cause di una crisi del cattolicesimo francese che dura ancora oggi.
Ma a vincere fu una sinistra laicista e antireligiosa, più che la comunità ebraica, cui fu fatto capire che poteva accomodarsi alla tavola comune repubblicana solo parlando il meno possibile della sua religione. Molti si adattarono, perdendo la loro identità. Buona parte della sinistra francese usò gli ebrei nel caso Dreyfus senza veramente cercare di comprendere che cosa fosse l’ebraismo. Questa incomprensione dura ancora oggi, come dimostrano i difficili rapporti fra la sinistra transalpina e Israele. Va bene celebrare Dreyfus, si dice a Tel Aviv: ma che a farlo non sia quella sinistra francese filo-islamica e filo-palestinese che spesso brucia bandiere israeliane.