Il processo alla Franzoni ricomincia da capo

L’avvocato Taormina vuole ripartire da reperti mancanti. In particolare il dvd girato dai carabinieri il 30 gennaio 2002 sul luogo del delitto

Stefano Zurlo

nostro inviato a Torino

Anna Maria Franzoni è seduta al primo banco, come una brava studentessa. La villetta di Montroz è sullo sfondo, come una cartolina lontana, ma piomba in primo piano quando la stanza del delitto viene evocata a colpi di perizia. Ci vuole poco, pochissimo per capire che il processo per la morte di Samuele ricomincia da capo. O, almeno, questo è il clima in attesa dell’ordinanza di lunedì prossimo in cui la corte d’assise d’appello farà il punto sul da farsi. Il Presidente Romano Pettenati sembra uno zio comprensivo, persino condiscendente con l’avvocato Carlo Taormina, non alza mai la voce davanti agli affondi del penalista e si dispone a seguirlo sulla strada impervia che porta, a ritroso, a mettere in discussione le certezze acquisite nel dibattimento di primo grado.
Si diceva che la prima udienza sarebbe servita solo per i flash dei fotografi e che il Presidente avrebbe rinviato tutto di un mese buono per attendere i risultati dell’inchiesta ribattezzata, non proprio fantasiosamente, Cogne bis, sulle prove che la difesa avrebbe taroccato nella casa di Montroz. Errore. «I due processi s’incrociano ma restano paralleli», dice con voce suadente ma ferma Pettenati. E allora il processo può cominciare, quando mancano pochi minuti a mezzogiorno, e la corte d’assise prende subito la strada della rinnovazione, termine tecnico che indica la volontà di recuperare alcuni documenti, di ordinare nuove perizie, di ascoltare finalmente l’imputata che, in primo grado, davanti al gip Eugenio Gramola, aveva rifiutato l’interrogatorio.
«Il fenomeno pubblico è terminato?», chiede con una punta di snobismo Pettenati osservando la colonna di cittadini che silenziosamente prendono posto nella lucida sala, come fossero spettatori di una conferenza. Poi si fa sul serio, i giornalisti mettono mano ai taccuini e nessuno pensa più ai rinvii. Taormina, anche se siamo in appello e anche se la formula è quella del rito abbreviato, parte con le sue richieste. Sorpresa, il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi, insomma l’accusa, non si oppone, ma anzi si allinea e con Corsi, cioè con Taormina, si schiera pure la corte. Che, dopo l’interminabile, meticolosa, noiosissima relazione del giudice a latere Luisella Gallino, parla per bocca di Pettenati. Taormina vuole ripartire dai documenti mancanti: anzitutto il Dvd girato la mattina del 30 gennaio 2002 dai carabinieri di Aosta a Cogne e passato in questi giorni sulle tv. Come mai il Dvd è saltato fuori solo dopo tre anni e mezzo? Ma il Dvd non è l’unico documento recuperato. Per qualche minuto l’aula sei sembra trasformarsi in un negozio di prodotti elettronici mentre affiorano 2 Cd e 2 Vhs, anzi forse tre. La lista, imbarazzante, si allunga, Taormina s’indigna, Pettenati che sotto il suo aplomb nasconde il gusto della battuta impertinente prova a trarre tutti d’impaccio: «Il processo penale è un animale selvaggio». «Spesso si usano i tribunali per fini privati», commenta acido Taormina.
I sei giudici popolari, tre uomini e altrettante donne, sembrano statue. Anna Maria Franzoni, maglia azzurra e pantaloni scuri, è sempre immobile al suo banco, stretta fra Taormina e l’avvocato Pierpaolo Dell’Anno. Esattamente dietro di lei, in seconda fila, il marito Stefano Lorenzi prende appunti su appunti. «Se volete taglia corto Pettenati, sempre più in versione padrone di casa ­ possiamo vedere il Dvd già adesso». Taormina, che già si preparava a colpire di sciabola, viene preso in contropiede da quella richiesta quasi informale e ondeggia per un istante. Il Dvd è la prima tappa di un percorso possibile verso la riabilitazione dell’imputata condannata da Gramola a trent’anni. A suo tempo il perito Hermann Schmitter, pietra angolare di quel verdetto, aveva detto: «Per me l’assassino indossava i pantaloni del pigiama, ma se mi dimostrate che il pavimento era sporco di sangue sono pronto a ricredermi». Il Dvd svelerebbe appunto che il pavimento era macchiato e che i pantaloni potrebbero essersi sporcati a terra. In quel caso cadrebbe un pilastro dell’accusa, tutto tornerebbe in discussione e la pista alternativa riprenderebbe quota. «Proiettiamo il filmato lunedì», chiude la querelle Pettenati che intanto distribuisce Cd in copia a destra e sinistra come fosse fra amici. E sempre lunedì, in perfetta sequenza, la corte dirà sì o no - ma tutto sembra spingere per il sì - ad una nuova perizia sulla camera del massacro, sulla porta di casa, possibile via di fuga dell’assassino, e sull’acquisizione dell’altra perizia, in corso per il Cogne bis. Poi c’è da decidere la data dell’interrogatorio della Franzoni. «Facciamolo subito», propone Pettenati, ma Taormina frena. E per un attimo, un attimo solo in una giornata quasi zuccherosa nei modi, fa scintille: «Be’, presidente, se lei insiste, la Franzoni potrebbe anche avvalersi della facoltà di non rispondere». L’udienza si allunga fino al tardo pomeriggio con una breve sosta per uno spuntino solo alle 4 del pomeriggio. E Pettenati, calmo ma sicuro, ordina la trascrizione dell’interrogatorio reso dalla Franzoni al gip Fabrizio Gandini nel marzo 2002 e delle conversazioni fra la dottoressa Ada Satragni, il 118 e l’elisoccorso quella maledetta mattina di tre anni fa. Corsi fa balenare anche la carta della perizia psichiatrica per illuminare la personalità della Franzoni che, evidentemente, resta un rebus. Misteriosamente in bilico fra l’apparente normalità e un’insondabile vena di follia che tutti cercano e nessuno riesce ad afferrare. Taormina si oppone, ma lascia qualche spiraglio, la corte pare interessata. È il gioco delle parti. La psichiatria potrebbe essere l’ancora di salvezza se le perizie dovessero incastrare ancora una volta la Franzoni.